Manara e Strinati
Manara e Strinati

Arezzo 16 dicembre 2018 - “Mi sono innamorato di Caravaggio da bambino, vedendo un suo dipinto nel libro del catechismo”. Parole di Milo Manara che a questo artista ha dedicato tre libri di fumetti. Molte di queste tavole sono esposte ad Arezzo mentre il terzo libro, “La Grazia”, già uscito in Francia, sarà in Italia il prossimo anno. Una vita bruciata in soli trent’anni fra risse, omicidi, accoltellamenti. Un personaggio e un artista oggi amatissimo le cui gesta, la vita, i capolavori sono stati raccontati proprio da Milo Manara e dal critico d’arte Claudio Strinati in una conferenza spettacolo che si è tenuta sabato al teatro Petrarca sia per ricordare che alla Galleria d’arte Piero della Francesca in piazza San Francesco ad Arezzo si possono vedere le tavole dei fumetti con cui Manara ha riscritto la biografia di Caravaggio e per confermare, da parte di Strinati, la possibilità che il ritratto di ignoto esposto in Galleria sia un membro della famiglia Colonna che salvò Caravaggio durante la sua fuga dopo la condanna a morte, e che l’autore sia proprio Michelangelo Merisi e non Ottavio Leoni. “Una iniziativa per riproporre Arezzo come città d’arte” ha sottolineato il sindaco Ghinelli presentando la serata e lanciando a Strinati l’occasione di ribadire la paternità caravaggesca del famoso ritratto: “Andate alla mostra in Galleria e guardatelo negli occhi, Caravaggio è tutto lì”.

Un caratteraccio si potrebbe definire quello di Caravaggio, un artista che ha raccontato la realtà della gente di strada, del popolo, delle osterie, presa a modello per le sue opere e per i suoi personaggi che fossero Gesù ,la Madonna o la Maddalena. La natura il suo modello, senza filtri, senza misticismo, senza ripuliture e che sin dall’inizio ha diviso il suo “pubblico” tra chi lo ammirava e chi lo odiava e disprezzava come colui che oltraggiava l’arte, la bellezza e soprattutto l’iconografia sacra del Seicento. Di sicuro l’uomo Caravaggio affascina quanto l’artista, anzi ne fa l’artista che è stato in tutta la sua grandezza e sregolatezza. Irascibile, istintivo, pronto a tirare fuori il coltello sia contro gli uomini sia contro le sue tele se non apprezzate, appare anche schedato nei documenti della polizia come fa sapere Strinati annunciando una recente scoperta fatta all’Archivio di Stato di Roma: “Sono stati trovati dei verbali del Seicento - spiega il critico d’arte dal palco del Petrarca - di un interrogatorio fatto a un garzone di un barbiere testimone di una rissa in strada che dichiara di aver visto tra questi facinorosi Michelangelo Merisi descritto scuro di capelli e con parlata lombarda. Infatti lui è lombardo, è stato registrato nella parrocchia di S.Alessandro a Milano il 30 settembre 1571 dai genitori Lucia e Fermo Meriti, sì proprio come il Fermo e Lucia di Manzoni nella prima stesura dei Promessi Sposi”. “Sono molte e romanzate le biografie di Caravaggio - fa sapere Manara - con il ‘mio’ Caravaggio ho cercato di riempire le lacune. Un esempio? Il viaggio che lui fa da Napoli a Malta viene raccontato romanticamente, in realtà lui era a bordo di una galera dove ai remi ci sono uomini condannati a morte che hanno preferito i remi al boia, dove le condizioni sono drammatiche, odori nauseabondi, morti, uomini schiavizzati. Caravaggio, che sta scappando perché anche lui condannato a morte, vede se stesso in quegli uomini e quel viaggio lo segnerà per sempre. Amo molto il Caravaggio che ho scoperto studiando i documenti, un caratteraccio, certo, ma non un farabutto come è stato descritto. Un uomo morto male così come male aveva vissuto, solo, su una spiaggia, ferito, sotto il sole, febbricitante, mentre la nave su cui avrebbe dovuto salire, con i suoi quadri dalla cui vendita avrebbe potuto acquistare la grazia, se ne andava senza di lui”.

Un Caravaggio amato e odiato, osannato e disprezzato artisticamente come testimoniano le biografie scritte dai suoi contemporanei e dagli storici e dai critici d’arte anche successivamente, le cui pagine sono state lette da Andrea Biagiotti e Uberto Kovacevich. “Caravaggio era il realismo, era fedele ai fatti - spiega Manara - dipingeva solo quello che vedeva, creava dei veri e propri set teatrali e cinematografici con la luce dei bracieri proveniente sempre da una parte sola, da sinistra per lui che era destrorso, per i martiri e i santi prendeva la gente di strada, li vestiva affrettatamente, ritraeva gli avventori dei locali dei bassi fondi, è stato lui a inventare la fiction. Anche le scene di martirio erano riprese dalle esecuzioni capitali che si facevano nelle piazze. I suoi santi non sono in estasi o impassibili al dolore, lui li dipinge a terra, la scena non è mai mistica ma sempre crudele, così come era nella realtà. Nessun altro pittore raffigura i Santi così”. A Strinati l’ultima parola ovvero il lungo percorso che lo ha portato a ritenere che il ritratto esposto ad Arezzo proveniente dalla Galleria Borghese di Roma dove è stato restaurato sia attribuibile al Caravaggio e non a Ottavio Leone. Non ci sono la direttrice della Galleria né la restauratrice a sostenere la sua tesi ma il critico d’arte è convintissimo di quello che dice “anche se non ho i documenti ma sono i dettagli tecnici a darmi ragione”. Le prove sono nella stessa biografia di Caravaggio, nei giorni della sua fuga da Roma dopo la condanna a morte per rissa e omicidio, quando si rifugia dalla famiglia Colonna nel 1606 in attesa di fuggire a Napoli, e nei particolari delle sue tele. L’indizio principale è la gorgiera del ritratto “misterioso”. Una gorgiera, uguale identica, si ritrova nella pala d’altare della “Madonna del rosario” (1606-1607) oggi al  Kunsthistorisches Museum di Vienna.

”Questa pala d’altare - spiega Strinati- è un soggetto domenicano che ricorda la battaglia di Lepanto del 1571 quando durante lo scontro fra le armate cristiane e quelle musulmane appare in cielo la Vergine del Rosario che proteggendo i cristiani li fa vincere. Il rosario è uno dei culti per antonomasia dei domenicani, e infatti nel quadro ne appaiono due. Questa è un’opera che Caravaggio ha lasciato incompiuta e che qualcun altro ha finito, in dubbio sono i volti della Madonna e del bambino, i resto è di Caravaggio. Una tela che verrà offerta al duca di Mantova e dopo il suo rifiuto, data a due artisti mercanti che operavano nella Napoli del tempo, nei secoli poi acquisita dall’imperatore d’Austria e ora al museo di Vienna. E’ sorprendente il fatto che il Caravaggio in questa opera abbia messo la figura del donatore, sulla sinistra, l’uomo con la gorgiera identica al quella del ritratto. Considerate che non tutte le gorgiere erano uguali, ogni stilista aveva il suo modello. Quindi il personaggio del nostro quadri e il donatore del quadro della Madonna del rosario si servivano dallo stesso sarto. Non è la stesa persona, ma qualcuno in rapporto col personaggio del ritratto. Nessuno sa chi sia questo donatore, non risulta da nessun documento. Tranne una ipotesi fatta da alcuni studiosi del Caravaggio che hanno notato il drappo in alto tipico dell’artista e sulla sinistra, proprio sopra la figura del donatore, una colonna scanalata. Ebbene, la famiglia che protegge Caravaggio e lo porterà a Napoli è la famiglia Colonna. Quindi la pala della Madonna è una commissione che la famiglia Colonna ha fatto al Caravaggio per la sua cappella nella chiesa di san Domenico Maggiore e il donatore può essere un membro della famiglia Colonna, probabilmente il figlio di Marcantonio Colonna il quale fu uno dei protagonisti della battaglia di Lepanto. E il nostro ritrattato di chi è? - conclude Strinati - potrebbe essere il committente dell’opera, Filippo Colonna che caricò il Caravaggio sulla galera e fece in modo di salvarlo portandolo a Malta. E’ vero o non è vero? E’ lecito pensare che il ritratto ricordi un evento fatale nella biografia così tormentata e contraddittoria di Caravaggio dove restano sempre il dubbio e il mistero quando credi di essere arrivato alla verità”.