Filippo Timi
Filippo Timi

Perugia, 8 dicembre 2018 - «E’ lo spettacolo più poetico che ho mai messo in scena, per questo è così speciale per me». Con l’impatto del suo stile unico e travolgente, Filippo Timi torna, attesissimo, al Teatro Morlacchi. Da martedì 11 a domenica 16 eccolo in ‘Un cuore di vetro in inverno’, spettacolo da lui scritto, diretto e interpretato alla guida della sua affiatata compagnia, con Marina Rocco, Elena Lietti, Andrea Soffiantini, Michele Capuano.
La storia, racconta l’artista di Ponte San Giovanni, è quella di un cavaliere perugino che lascia il suo amore e va ad affrontare il drago delle sue paure, in un carosello di idee e di emozioni.
Da dove arriva ‘Un cuore di vetro in inverno’?
«Per me ogni spettacolo è una conseguenza del precedente. E dopo un classico come ‘Casa di bambola’, dramma familiare sull’emancipazione femminile, mi è venuto spontaneo andare dalla parte opposta: ritrovarmi all’aria aperta in una periferia dei sentimenti, in un Seicento contaminato, contemporaneo e fuori dal tempo, quasi sulla Luna».
E la poesia dove si trova?
«E’ il filo rosso che lega lo spettacolo, la forza più significativa che lo distacca da tutti i miei lavori. E’ la prima volta che mi concedo così tanta poesia, nel linguaggio, nelle svolte della drammaturgia, nelle musiche, nella scenografia».
Ma chi è il cavaliere in lotta?
«E’ l’essere umano che in nome dell’amore affronta un viaggio epico. Però ho mantenuto le maglie larghe e ho inserito i temi universali. E’ l’uomo davanti all’infinito, in questo senso è un cuore di vetro in inverno, la fragilità di fronte al mondo sconfinato». 
Accanto a lui la sua corte...
«Altrettanti aspetti dell’essere umano, allegorie della vita: l’angelo custode del cavaliere è una Marilyn Monroe santificata, la prostituta è l’amore carnale, il menestrello triste è il detentore del sapere, costretto a raccontare la storia degli altri e mai la propria, lo scudiero il giovane che si affaccia alla vita».
E il drago cosa rappresenta?
«La paura, tutte le paure. Quella più grande è l’infinito ma io spero che sia il pubblico a riempire il drago delle proprie paure e delle proprie sfide».
E la sua, di paura?
«Il mio drago è entrare in scena ogni sera e sperare di arrivare al cuore degli spettatori con questo spettacolo così poetico e punk».
I personaggi parlano in dialetto, in perugino, romagnolo e napoletano. Perché questa scelta?
«Perché attraverso il dialetto la poesia si fa concreta e posso esprimere frasi e immagini molto più articolate, volare più in alto».
Che valore ha portare il donca proprio al Morlacchi?
«Fuori, nei teatri non di Perugia, è visto come linguaggio antico, dal fascino esotico ma al Morlacchi non so come verrà preso. Più che sentirmi forte ho un po’ di timore, spero che la forza espressiva delle parole risvegli la poesia anche nel pubblico perugino».
Si sente un po’ ambasciatore di Perugia e della sua lingua?
«In realtà no, alcuni spettacoli sono nati in perugino e altri no, ognuno ha la sua storia ma non l’ho mai fatto programmaticamente per farlo riconoscere anche fuori. Certo, quando lo spettacolo ne ha bisogno non mi faccio scrupoli nell’usarlo e provare a trasferirlo in lingua teatrale. Perché il dialetto per me è un valore, è il mio e ci sono affezionato».