YLENIA CECCHETTI
Cronaca

Spogliarsi nel container, in sciopero gli addetti alle pulizie e i barellieri

Fuori dal San Giuseppe una “scatola“ di due metri quadrati per cambiarsi. “In inverno piove dal tetto e l’ambiente non è igienicamente idoneo”

Il gruppo di lavoratori che ha protestato davanti al San Giuseppe

Il gruppo di lavoratori che ha protestato davanti al San Giuseppe

Empoli, 5 luglio 2025 – L’odore acre dei cenci bagnati che ristagna nell’aria, spazi così stretti da doversi muovere di lato per non urtare carrozzine e carrelli, un foglio appeso alla porta per dire che quello è lo “sgabuzzino dello sporco”.

Eppure è qui che Michele Cattaneo, arrivato al San Giuseppe nel marzo 2024, ogni giorno si cambia per iniziare il turno. Quello è il suo spogliatoio.

“Si entra uno per volta, bussando per vedere se c’è già qualcuno dentro. Saranno appena due metri quadri: c’è il carrellino per il servizio farmacia, le scope, l’armadietto, e le carrozzine che utilizziamo per il trasporto dei pazienti”.

La sua è solo una delle testimonianze raccolte ieri davanti all’ingresso dell’ospedale San Giuseppe di Empoli durante lo sciopero indetto dalla Filcams Cgil. Una mobilitazione che ha coinvolto numerose lavoratrici e lavoratori in appalto (Cts, Cooplat e Rekeep) addetti alle pulizie, al trasporto beni e pazienti. L’adesione, altissima, ha sfiorato il 70%. A protestare non sono solo i ’numeri’, ma soprattutto le persone. Come Cattaneo, costretto a vestirsi in locali di fortuna. O come le 90 donne addette alle pulizie, che da quindici anni utilizzano un container come spogliatoio e che nonostante le richieste non hanno ancora ottenuto uno spazio adeguato. Tra loro, Costanza Ballotta, che da 22 anni lavora per Rekeep e che ricorda come prima dello spostamento forzato fosse tutto diverso.

“Siamo davvero in difficoltà. Eppure prima avevamo lo spogliatoio perfetto, accanto al magazzino, comodo per le nostre esigenze. Ora ci troviamo relegate all’esterno dell’ospedale, in condizioni precarie”.

Il periodo peggiore è stato il Covid, lo ripercorre la delegata sindacale Antonella Lipari . “Mi occupo delle pulizie, sono arrivata a Empoli nel 2020 in piena pandemia ma lavoro per l’azienda dal 2006. Siamo quasi tutte donne, abbiamo sempre lavorato col senso del dovere nonostante le difficoltà, cerchiamo di fare il meglio che possiamo ma in tutti questi anni ci siamo rese conto di essere invisibili. Necessarie ma invisibili. In tempo di Covid abbiamo fatto i salti mortali. Eppure restiamo lavoratrici di terza categoria, ci spogliamo in un container dove di inverno piove, ci sono infiltrazioni dal tetto e dove capita che si stacchi il pavimento. E non c’è un bidet”. C’è chi, pur di non stare nel container perchè costretta ingiustamente a condividere l’armadietto con qualche collega, si spoglia nel bagno della hall o viene direttamente vestita da casa.

“Per non parlare della lavanderia, fatiscente - continua Lipari - e le divise sono solo due e ce le laviamo noi a casa, non c’è un servizio di lavaggio. Ma a casa mia, io vorrei portare solo lo stipendio, non i batteri dell’ospedale. Non è igienico, né sicuro. Negli armadietti dobbiamo tenere pulito e sporco insieme. Ci meritiamo un’ alternativa”.

Altra criticità, restando in lavanderia. Manca un lavandino. “Quando torniamo dai reparti con il carrello che poi va sanificato, non abbiamo dove lavarci le mani. Siamo stanche, esasperate, nessuno ci vede o ci ascolta. Già siamo sottopagate, almeno la dignità, che non ce la tolga nessuno”.