
Da amante del surf a reporter infiltrato, passando per la strage di Capaci e Lady D in bikini "Sono rinato due volte. Ora vedo le cose come da bambino. E ‘punto’ al mare dall’alto".
di Benedetto Ferrara
La foto del barcone di migranti salvato dalla Marina militare italiana ha vinto il World Press Photo nel 2015. La vita spericolata del foto reporter Massimo Sestini è piena zeppa di scoop, aneddoti e tragedie sfiorate, come il doppio arresto cardiaco per l’incidente avvenuto nelle acque gelate del lago di Lavarone il gennaio scorso. Dai concerti rock alle paparazzate, attraversando le tragedie del nostro Paese per arrivare all’arte della natura, come quella messa in mostra nell’esposizione fotografica organizzata da ’Bibbona Lab’ al Forte dei Cavalleggeri di Marina di Bibbona intitolata ’Spiagge, arte ad alta quota’.
Sestini, si ricorda il primo scatto?
"Era una foto dei miei compagni di classe. Frequentavo il Liceo scientifico Da Vinci e avevo sempre con me una piccola compatta che mi aveva portato mio padre dagli States".
Una vocazione esplosa subito.
"Sì, e devo ringraziare un custode del liceo che mi insegnò come lavorare nella camera oscura. A quindici anni andavo alle gare di podismo e fotografavo gli atleti. Poi mi presentavo alla gara successiva e su un banchino vendevo le foto formato cartolina. Chi si riconosceva le comprava. Così decisi che quello sarebbe stato il mio lavoro. Questo subito dopo l’esame di maturità, che non fu uno scherzo".
Perché?
"Un giorno il preside mi chiamò per dirmi che non volevano ammettermi all’esame. Io avevo la finale dei campionati italiani di skateboard free style. Il preside mi concesse la palestra per allenarmi e io gli promisi che avrei studiato. Alla fine la sfangai con 48 e decisi che avrei lavorato come fotografo free lance".
Quindi iniziò a lavorare sul serio.
"Avevo aperto una scuola di wind surf a Forte dei Marmi. I bagnini mi mandavano i clienti e mi avvisavano quando c’era qualche vip al loro bagno. Così arrivarono gli scatti a Mina e altri ancora".
Poi lo scoop di Lady Diana in bikini, un cult.
"Era il ’91: Lady Diana, Carlo e i figli arrivarono a Napoli per salire a bordo di uno yacht. Decine di giornalisti e di fotografi gli davano la caccia. Niente da fare, avevano seminato tutti. Io chiamai un amico per chiedergli consigli sulle rotte possibili. Lui era a Tavolara e mi disse che c’era uno yacht all’orizzonte che poteva essere il loro. Era scuro, e non ce ne erano tanti così. Ero lontano e chiesi a Riccardo Germogli, che lavorava con me, di salire sul traghetto e di ritardare la partenza finché non fossi arrivato. Lui si inventò che avevo con me dei medicinali e tutto filò liscio. Poi chiesi un passaggio a una barca di turisti. Arrivammo lì. Erano loro".
Poi le tragedie. E il fotogiornalismo duro e puro.
"Sì, La strage di Capaci. E poi l’attentato a Borsellino. Fare il paparazzo mi aveva insegnato ad andare oltre. Ricordo che per Capaci noleggiai a spese mie un piper per arrivare più vicino possibile al luogo della strage. Così scoprii le foto aeree. Allora non esistevano i droni".
Il rischio è la sua regola. Si è mai chiesto perché?
"Io in quei momenti vivo solo per un click. Al resto non ci penso, non ci ho mai pensato".
Infatti a gennaio ha rischiato di morire…
"Sono morto due volte nel lago ghiacciato di Lavarone durante un’ immersione per scattare le foto di una esercitazione della Marina militare. Prima in coma per arresto cardiaco, poi per una polmonite bilaterale fulminante. Ma sono anche rinato due volte. E sicuramente non sono più lo stesso".
È cambiata la sua inquadratura della vita?
"Ora mi emoziona tutto come quando ero bambino. Vedo cose che prima non vedevo. Trovo tutto incredibilmente meraviglioso".
Come le spiagge toscane.
"Fotografare le mie spiagge, Il mio mare. Non potevo chiedere di più".
C’è un prossimo click che le gira in testa?
"No. Credo di essere l’unico fotografo che ha scattato la foto del suo cadavere. A Lavarone ero disteso col cuore fermo sul ghiaccio, ma prima di calarmi in acqua avevo programmato un’altra macchina in modo che mi riprendesse in immersione. Settimane dopo ho scoperto che ne aveva scattata una di me mentre ero in arresto cardiaco. Tutto questo non era prevedibile. Quindi penso che programmare il prossimo scatto non avrebbe senso. In sono un foto reporter, sono i fatti a guidare la mia immaginazione".