Un atto di coraggio. Produttore, beatmaker, dee jay, manager, Pablo Miguel Lombroni Capalbo, per il mondo dell’urban solo Shablo, assicura che il ritorno in prima persona sulle piattaforme con “Manifesto”, fatica discografica che presenta stasera a Perugia sul palco de L’Umbria Che Spacca (a mezzanotte, dopo i set di Gaia e di Rose Villain) è una scommessa da vincere nuotando in direzione ostinata e contraria.
Intitolarlo “Manifesto” significa volersi raccontare per quel che si è? "Sì, voglio mettere in chiaro quali sono le mie origini e le influenze assimilate nel tempo. Oggi si parla tanto di cultura hip hop, ma qualcosa s’è perso rispetto a quello che era il rap degli anni ’80-90, quando tutto aveva un significato e un messaggio. Penso che ci sia in giro gente della mia generazione, ma anche no, che magari ha voglia di ascoltare qualcosa di diverso, di scoprire mondi nuovi. Ma anche di andare alla radice delle cose e di lasciarsi entusiasmare da altri tipi di suono, dal jazz al soul, fino al gospel: cose che stanno pure nel dna di una certa musica urban".
Album elegante. "Concepito per far conoscere, scoprire una serie di influenze che poi hanno generato quella che è la musica contemporanea, l’urban di oggi, che molti non sanno, che invece ha origine, insomma, in generi e esperimenti molto più lontani. Quindi diciamo che l’idea mia è un po’ quella di stimolare l’ascoltatore a un nuovo tipo di ricerca e di ascolto".
Un primo assaggio di ’Manifesto’ l’ha dato a Sanremo. "A Conti è piaciuto ‘La mia parola’ con con Tormento, Joshua, Gué e ci ha voluti in gara al Festival. Il pezzo ha avuto ovviamente un riscontro perché è finito sotto quella lente, ma non è certo da classifica".
Il disco è pieno di ospiti. "Ho fatto tutto in tre sessioni da dieci giorni a San Gimignano, poi ho chiamato gli amici. Storici come Gué e Tormento, ma anche come Neffa, Inoki e TY1, con cui ho condiviso tanto dei miei anni Novanta. Ma ci sono pure Ernia, Irama, Gaia e Rkomi e artisti con cui non avevo avuto ancora modo di collaborare come Joan Thiele o Nayt. Questo senza trascurare nuove e nuovissime leve quali Joshua, Mimì ed Ele A, né presenze internazionali come quelle del canadese Roy Woods o del duo belga Yellowstraps".
E dal vivo come farà? "Porterò con me Joshua, Mimì, vincitrice dell’ultima edizione di X-Factor, e Tormento, ma agli Arcimboldi di Milano il 12 novembre conto di riuscire a riunirli tutti. In tour porterò un collettivo vero e proprio compreso Luca Faraone, che ha lavorato con me alla produzione dell’album. Eseguiremo gran parte del disco senza tralasciare tributi ad artisti decisivi della musica black che ci hanno ispirato come James Brown, Lauryn Hill e tanti altri ancora".
Produttore, manager o artista: come si vede tra dieci anni? "Fuori da questo mondo discografico, probabilmente. La musica resterà nella mia vita sempre, però vorrei fosse sempre meno business e più passione: un grande sfogo creativo, artistico. Com’è stato all’inizio. Quindi mi vedo in campagna a giocare a golf, circondato da animali, e magari preso a scrivere un libro".