Prato, 8 maggio 2021 - Moreno Pollastri, ottant’anni arriva in bicicletta e da lì non scende. Segue dal sellino tutta la manifestazione che vede sulla scalinata del Castello dell’Imperatore i sindacati implorare che morti come quella di Luana non ce ne siano più. "Quella povera figliola era apprendista. Io a vent’anni avevo finito di fare l’apprendista, nel ’60. Se lei è morta così vuol dire che siamo fermi ad allora".

 

Pollastri, vita da operaio e un figlio nel tessile, è qui per testimonianza. Forse, si sentirà un sopravvissuto. Piazza delle Carceri è piena a metà nella mattina in cui Cgil, Cisl e Uil proclamano lo sciopero del tessile e la manifestazione per Luana D’Orazio, la ragazza di ventidue anni che non aveva aspetto da operaia, ma che da operaia è morta in fabbrica, lunedì 3 maggio, cinque giorni dopo la giornata nazionale della sicurezza sul lavoro e due dopo la Festa dei lavoratori che l’Italia ha celebrato parlando di diritti civili sacrosanti, ma poco di quelli di chi lavora. Anzi, di chi nonostante tutto lavora ancora e di chi ancora non lavora e non sa se e quando lo farà.

IL MINISTRO ORLANDO FA VISITA IN CASA DI LUANA

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Bandiere e striscioni, tanti. A loro più che alle parole sono affidati i segni di una rabbia sociale che individui una controparte. "Una vita non vale il vostro oro Basta morti sul lavoro". A chi sia riferito il "vostro" non si spiega né sul lenzuolo, né dal palco da dove piovono accuse, proteste a lacrime senza un preciso destinatario. Non si attacca il "padrone" che nel caso di Luana è un’artigiana che lavorava fianco a fianco, esposta agli stessi rischi, con differenze sociali non così marcate da suscitare indignazione fra chi ha la fabbrica e chi ci lavora. Il "basta morti" è riferito a un potere così lontano che quel grido nel megafono sembra non raggiungere mai.

In un angolo compare lo striscione con le foto dei morti più incolpevoli di tutti: quelli della strage di Viareggio, e quei volti sembrano lì per accogliere Luana fra le vittime senza perché. Sale sul palco la mamma di Sabri, il ragazzo di 23 anni che il 3 febbraio fu schiacciato in una pressa, in fabbrica a Montale, 3 chilometri da dove è morta Luana. Ha con sé una foto gigante del figlio, dice che la sua vita è vuota, che la notte si sveglia e lui non c’è più. Qualcuno, in piazza mormora il refrain di questi giorni: "Luana è finita in prima pagina perché giovane e bella, di quelli come Sabri non frega a nessuno". Come se la discriminazione non fosse fra chi lavora e resta vivo e chi lavora e muore ma fra l’enfasi data ai morti. E se Luana coi suoi occhi, il suo viso di ragazza tocca le coscienze del Paese almeno fino a che un’altra notizia non spazzerà via la sua e se un ministro si muove per venire a Prato e ascoltare e, si spera, cambiare le cose non è un privilegio dato alla povera ragazza.

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"Intollerabile" c’è scritto sul grande striscione sotto il Castello, in piazza più bandiere che tute, forse più delegati che operai semplici. E siccome il dolore affratella, ecco uno striscione che contiene non uno slogan, ma una lettera di sette lunghissime righe. In rosso "12 ore 7 giorni la settimana". Sono i Cobas in casa di Cgil, Cisl, Uil. Sul petto un cartello: "5x8", l’orario sognato da chi lavora 12 ore al giorno per 7 giorni: sono i bengalesi, i pakistani di "Texprint" la fabbrica delle tensioni. Sfruttati da altri stranieri. Pollastri, dal sellino fa un affresco. "Qui ci sono persone che fanno la fame, li pagano 3 euro l’ora a nero. Li vedo a Maliseti; vanno un giorno in una fabbrica un giorno in un’altra. Salari più bassi, minor sicurezza. Ma forse li vedo solo io, perché nessuno controlla. E magari il padrone li minaccia: Volete di più? E io chiudo".

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