No al reato di omicidio sul lavoro. La madre di Luana: “Chiedo un incontro col ministro Nordio”

Emma Marrazzo e Cinzia Della Porta, presidente di Rete Iside, hanno scritto al Guardasigilli: “Continueremo la nostra battaglia per tutte le migliaia di lavoratrici e lavoratori assassinati nei luoghi di lavoro”

La mamma di Luana D'Orazio, Emma Marrazzo

La mamma di Luana, Emma Marrazzo

Pistoia, 22 febbraio 2024 – Il suo grido di giustizia riecheggia da anni. Dal 3 maggio 2021 quando un incidente sul lavoro le ha portato via sua figlia. Luana D’Orazio aveva  22 anni quando è morta stritolata in un orditoio mentre lavorava in una ditta di Montemurlo. Da quel giorno Emma Marrazzo, madre di Luana, si batte perché sia riconosciuto il reato di omicidio sul lavoro. E la battaglia ora è arrivata anche al ministro della giustizia Carlo Nordio.

Nella lettera inviata al Guardasigilli e resa nota da Usb, Emma Marrazzo e Cinzia Della Porta, presidente di Rete Iside, sottolineano che la risposta data dal ministro Nordio all'ipotesi di introdurre il reato di omicidio sul lavoro è “Frettolosa e irricevibile” e “laconica e lapidaria”. Le due donne chiedono un incontro a Nordio “anche solo per dirle che non intendiamo arretrare e continueremo la nostra battaglia in nome di Luana e di tutte le migliaia di lavoratrici e lavoratori assassinati nei luoghi di lavoro e a cui chiediamo almeno che la giustizia dia ascolto”.

Nella lettera Marrazzo e Della Porta ricordano di aver "lavorato per mesi a scrivere la proposta di legge per l'introduzione del reato di omicidio sul lavoro e lesioni gravi e gravissime e per raccogliere, con il determinante contributo dell'Usb, decine di migliaia di firme”, spiegando di essersi un pò ispirate “proprio all'introduzione dell'omicidio stradale e di quello nautico”: “Ci sembrava che non potesse esserci alcun motivo valido, a fronte di migliaia di morti e centinaia di migliaia di mutilati e invalidi ogni anno sui luoghi di lavoro, perché non si adottasse la stessa determinazione anche nei confronti degli omicidi sui luoghi di lavoro”. Il padrone della fabbrica dove è morta Luana, “la ditta che gestiva il cantiere di Firenze avrebbe operato nello stesso modo di fronte alla previsione di pene adeguate alla gravità dei fatti?”.

“Cosa sarebbe successo ai lavoratori del cantiere Esselunga - osservano anche - se un giorno avessero improvvisamente deciso di fermarsi e uscire sulla strada fermando la circolazione per denunciare le gravi mancanze nel rispetto della tutela della salute sul loro posto di lavoro e magari anche il lavoro nero e l'assurdità del sistema degli appalti? Avrebbero rischiato fino a sei anni di reclusione, grazie alla reintroduzione del reato di blocco stradale. Una reintroduzione tesa a far desistere" “chi avesse in animo di protestare per le condizioni di lavoro, contro i licenziamenti, a favore dell'ambiente”.