STEFANO BROGIONI
Cronaca

Il mistero della camera 205. Dna ignoti sul peluche di Kata. Verso una nuova consulenza

Un nuovo pool investigativo della mamma della bambina scomparsa chiederà di accertare i donatori delle tracce trovate sull’orsacchiotto. Il reperto era in una stanza occupata da rumeni.

Un nuovo pool investigativo della mamma della bambina scomparsa chiederà di accertare i donatori delle tracce trovate sull’orsacchiotto. Il reperto era in una stanza occupata da rumeni.

Un nuovo pool investigativo della mamma della bambina scomparsa chiederà di accertare i donatori delle tracce trovate sull’orsacchiotto. Il reperto era in una stanza occupata da rumeni.

di Stefano BrogioniFIRENZEKata, l’ultima speranza dal peluche. Un sussulto nell’inchiesta sulla scomparsa della bambina di origini peruviane, di cui non si hanno più notizie dal 10 giugno del 2023, arriva dal team di consulenti che affiancano la madre della piccola.

Un pool, composto dalla criminologa Stefania Sartorini e dal biologo genetista Jacopo Lotti, a cui si affiancherà anche l’avvocato Giovanni Conticelli, chiederà infatti alla procura di analizzare le tracce di ignoti presenti sull’orsacchiotto preferito di Kata affinché essi possano essere identificati.

Il peluche è stato già oggetto di un’analisi genetica della procura che non ha dato esito utili. Ma in quell’occasione i pm Christine Von Borries e Giuseppe Ledda chiesero al loro consulente - il professor Ugo Ricci, luminare di Careggi - di ricercare su quel reperto tracce della bambina o dei suoi parenti, compresi i due zii che sono tutt’oggi indagati per la scomparsa in un fascicolo giunto quasi alla scadenza dei termini.

Ricci non ha rinvenuto sul bambolotto tracce né di Kata né dei suoi familiari. Ha però isolato diversi profili di "sostanza biologica umana, verosimilmente di origine epiteliale", che adesso, il pool di Katherine Alvarez chiedo di analizzare meglio. La criminologa Sartorini è infatti convinta che il peluche contenga un’indicazione sugli ultimi istanti dentro l’Astor della bambina, la cui modalità di uscita dal perimetro dell’albergo occupato resta ancora oggi uno degli aspetti non chiariti.

Una stranezza è che il peluche venne sequestrato dai carabinieri in una stanza, la 205, che non era occupata dalla famiglia di Kata, ma da una donna rumena, madre di alcuni bambini, che aveva avuto anche dei dissidi con alcuni membri della comunità peruviana protagonista della tumultuosa occupazione di via Maragliano.

Ma la consulenza genetica di parte che sarà richiesta alla procura riguarderà anche un secchio e un mocio rinvenuti anch’essi in prossimità di quella stanza. Anche questi reperti sono stati analizzati dal genetista Ricci, e pure in questo caso non sono state trovate tracce che riconducono alla bambina ma di altri soggetti rimasti ignoti. L’analisi bis potrebbe dire qualcosa di più su quali ’donatori’ abbiano avuto contatto con questi oggetti che, in una ipotesi iniziale che però non ha trovato conferma “scientifica“, potevano essere stati usati per lavare (e quindi cancellare) tracce di Kata.

Bisogna tenere presente, inoltre, che nell’ambito di un’indagine che dura da oltre due anni, la procura ha prelevato il dna a tutti gli occupanti “censiti“ dell’Astor. Anche se chi fosse davvero presente nell’immobile quel sabato di giugno, resta uno dei tanti misteri.

Dopo l’asta. Nel frattempo, l’ex albergo è stato venduto all’asta ed è stato acquistato da una società che ci realizzerà 25 appartamenti. Prima che venga raso al suolo, i consulenti della mamma di Kata chiederanno di poter fare un sopralluogo in quei locali già “bombardati“ dalle massicce ricerche effettuate dalle squadre speciali dei carabinieri per rendersi conto di quali movimenti potrebbe aver fatto la bimba e coloro con cui ha avuto a che fare. Ricerche fatte con le più moderne tecnologie che fanno escludere che la bambina sia lì dentro. Ma la sua uscita dall’Astor non è stata ripresa neanche dalle telecamere che puntavano sui due ingressi (uno su via Maragliano, l’altro su via Boccherini), particolare che fa pensare che chi l’ha portata fuori conoscesse il rischio e per questo abbia utilizzato una “terza strada“, quella di via Monteverdi, sul retro. Un percorso non ripreso da telecamere che cristallizza un buco che le indagini non sono riuscite finora a colmare. Troppo strano per essere un caso fortuito.