
Un tuffo nella storia dei matrimoni che a Firenze hanno lasciato il segno e le botteghe ormai scomparse
di Luca ScarliniLa moda entra in tutti i territori dell’abito, anche quelli che tendenzialmente si ritengono più immutabili. Non fanno eccezione i vestiti da sposa, che a Firenze hanno avuto sempre una ampia e variegata produzione.
Il tutto anche con una particolare attenzione agli accessori prodotti in città, come i pizzi sontuosi, di cui erano maestre le sorelle Bellini in via Tornabuoni.
L’ampia produzione in città di questi oggetti, è quella a cui faceva riferimento Aldo Palazzeschi nel suo meraviglioso “Sorelle Materassi“, uscito nel 1934, che raccontava una storia che scorreva dal 1918 al 1928. Facendo riferimento ai capi di produzione locale che si trovano nella collezione di Palazzo Pitti, si disegna una vera e propria storia del costume nel corso del tempo.
Nel 1989 Stefania Ricci curò una mostra, Spose in galleria, accompagnata da un piccolo catalogo del CentroDi, che proponeva una serie di momenti di questa vicenda, connessi alle figure di chi indossava questi capi, poi donati al museo da loro, o dai loro eredi. Sofia Comotto, andata in sposa a Fernando Belloni Filippi il 17 luglio 1912, ebbe un abito sontuoso, disegnato dal marito, che voleva controllare ogni dettaglio della cerimonia.
La sartoria è ignota, ma lo stile è chiaramente ispirato a Paul Poiret, maestro dell’invenzione nelle fogge e nei colori (a cui ora a Parigi il Musée des Arts Déco dedica una grande esposizione: La Mode est un fête, che ben illustra il clima di festa e il lusso sfrenato delle sue sfilate-spettacolo) e al suo rilancio della “moda Direttorio”, ispirata ai fasti settecenteschi parigini, con molti bottoni e cintura a piccoli nodi, acconciatura di fiori d’arancio in cera con velo in tulle “illusion” di seta, che dà una vaporosità alla sofisticata ricerca di un ton sur ton bianco.
Annunziata Spadi sposò alla Santissima Annunziata il conte Niccolò Foscari il 15 gennaio 1937. Come illustra la fotografia della cerimonia, assai formale, a lei toccò un abito in tre pezzi di ignota sartoria fiorentina di foggia quasi monacale, adorno di una mantellina bordata di pelliccia con fiocco davanti.
Maria Gennara Paparcone sposata il 26 aprile 1941 con il professor Vito Longo nella cappella del Ruspolo a Fiesole scelse invece una creazione della sartoria Gabriella Bellenghi, che aveva aperto il suo atelier a Firenze nel 1933 e lo tenne fino al 1964. La sua linea di lavoro era incentrata soprattutto su materiali preziosi, come dichiara questo abito, realizzato in seta crêpe color guscio d’uovo, con un lungo strascico.
Spesso traeva ispirazione da modelli antichi, anche con riferimenti alle opere d’arte.
A conclusione del percorso, con tutte le innovazioni del dopoguerra, stava una creazione di Giovanni Cesare Guidi, non legata a una figura nota, risalente al 1957/58.
Il sarto, che aveva collaborato a lungo per la creazione dei costumi con il laboratorio del Teatro Comunale, aveva aperto il suo atelier, dopo un soggiorno a Parigi appena al termine del secondo conflitto, in cui aveva avuto modo di incontrare Christian Dior.
La fama per lui fu rapida e per due decenni, almeno, da fine anni ’40 fu un punto di riferimento per il fashion a Firenze.
La sua bottega stava al primo piano di Palazzo Feroni, che condivideva con Ferragamo e con una istituzione culturale americana.
La sua creazione è in crespo di seta color avorio, con un abito lungo foderato di taffetà di seta avorio e nylon, in omaggio ai tempi nuovi e alla passione per i tessuti artificiali, che permettevano effetti di creazioni prima impensabili.
La gonna, a forma di campana, è chiusa da una arricciatura fermata in basso.