
Il carcere di Sollicciano
FIRENZE
Un incontro tra Palazzo Vecchio e la direzione della casa circondariale di Sollicciano. E’ quello sollecitato dall’assessore al welfare del comune di Firenze, Nicola Paulesu, all’indomani dell’ennesima tragedia accaduta in carcere: la morte, non per suicidio, di un detenuto austriaco di 57 anni affetto da problemi psichiatrici.
"In questi giorni di grande caldo pensiamo che sia necessario tenere alta l’attenzione sui temi della invivibilità del carcere, sia per i detenuto che per chi ci lavora - dichiara Paulesu -. Come Amministrazione comunale proseguiamo il nostro lavoro e seguiamo con la massima attenzione la situazione di Sollicciano e portiamo avanti il confronto con le realtà territoriali per affrontare i problemi e cercare di risolverli per quanto di nostra competenza. Abbiamo già in programma un incontro con la direttrice del carcere insieme al garante dei detenuti. Vogliamo valutare insieme quali sono le azioni che possono essere messe in atto nei limiti delle nostre competenze e capacità. Per la nuova tragedia esprimiamo profondo cordoglio".
L’ultima tragedia, in ordine cronologico, accaduta nel penitenziario fiorentino assomma tutte le carenze che funestano la vita dei reclusi e più in generale della struttura e del sistema penitenziario.
Innanzitutto l’austriaco trovato morto, Eric Micheal Rasbornig, aveva evidenti problemi mentali e non era il carcere la struttura più idonea per lui. Tuttavia, non essendoci alternative, lì è finito. Era stato collocato nella sezione “transito“ proprio per cercare di limitare le problematiche che avrebbe potuto creare (era solito stare completamente nudo).
Poi c’è l’aspetto ambientale. Avvocati che nella giornata di venerdì sono entrati a Sollicciano per gli incontri con i loro assistiti ci hanno riferito di un clima soffocante, di temperature abnormi e di un’umidità devastante nei locali adibiti ai colloqui. E sicuramente nelle celle sarà ancora molto peggio.
Nella cella del detenuto morto, denuncia con veemenza l’ex cappellano di Sollicciano, oggi responsabile delle carceri per la diocesi, don Vincenzo Russo, "nemmeno un ventilatore era a sua disposizione per rendere meno dura la sopravvivenza. A nulla sono serviti l’ossigeno e l’intervento di tre medici. Troppo tardi: la morte per lui è sopraggiunta in una situazione infernale, di soffocamento, assolutamente non idonea per nessuno, a maggior ragione per chi presenta un quadro di compromissione fisica o psicologica". Ma la notizia dell’ennesimo decesso dietro le sbarre stavolta ha fatto addirittura meno rumore delle precedenti, passata nella semi indifferenza di un fine settimana rovente, proprio come le celle. Forse, però, meglio così: perché le parole al vento non provocano neanche un refolo di sollievo a chi è recluso in quelle condizioni disumane.
Stefano Brogioni