
L’insegna di via della Fioraia, già via Guido Assalti. In alto, Papa Innocenzo IV
Caneschi
Se capita di passeggiare tra via Cavour, via de Pecori e via Cesalpino ci possiamo accorgere che le strade hanno cambiato nome. È naturale che sorga curiosità: perché si mette mano alla toponomastica? La risposta potrebbe essere di una banalità sconcertante ma sono certo che è la spiegazione migliore: perché il tempo passa per tutti e il mondo va avanti, città comprese. E in questo ciclo la storia non è altro che un cimitero di aristocrazie.
Così di quella oramai estinta non ha più senso mantenere il ricordo (a meno che dalla sua casata non sia uscito un papa o un imperatore) e la subentrante vuol mettere il sigillo. Un caso riguarda via della Fioraia (la chiamerò così nonostante nella targa sia scritto Fioraja): questa famiglia proveniva dal crinale del Pratomagno a cavallo tra Casentino e Valdarno, il governo fiorentino nel Quattrocento la investi di alcune proprietà vicino ad Arezzo, citazione da Angelo Tafi, e allora entrò nella nobiltà. Ma quest’ultima era qualcosa di complesso, articolato, c’erano i gradi (un po’ come la massoneria o il clero) e il primo, quello di vertice, lo raggiunse nel XVII secolo. Ecco allora la necessità di una strada a consacrazione del processo. O una piazza.
Arrivò la piazza visto che l’attuale via della Fioraia, dove palazzo Albergotti reca lo stemma dell’aquila imperiale bicipite ad ali spiegate, ovvero quello dei precedenti signori, i Chiaromanni, ancora nel Settecento si chiamava Contrada da San Piero alla piazza della Fioraia. E prima? Era via di Messer Guido Assalti. Tre documenti del codice diplomatico di Santa Fiora (che nel medioevo era una potentissima abbazia, sopra Vignale e Bagnaia) sono stati illuminanti per identificarlo, anche grazie alla consulenza fornita dall’ottimo Gian Paolo Giuseppe Scharf. Grazie al primo del 1243 e al secondo del 1247 si diradano le nebbie sul titolo di messer, che in genere si dava a uomini di legge e che potrebbe così trarre in inganno. In effetti va sempre diffidato dei termini appiccicati alle persone, anche perché in genere questo avviene dopo la loro dipartita.
Guido, comunque, è tra il ’43 e il ’47 rettore della chiesa di Villalba, un amministratore delegato si direbbe oggi. Di che cosa? Dei beni e del patrimonio di quella chiesa. E intenta una causa, insieme ad altri, “Ranieri di Martinozzo e altri chierici e laici della città di Arezzo” a Santa Fiora perché contesta, rivendicandoli, i possedimenti di quest’ultima o magari non vuol più pagare un debito o pretende che gli siano restituiti i prestiti.
Il problema è che per dirimere la questione tocca intervenire al Papa, non una volta ma due. A occhio e croce il litigio era degenerato. Innocenzo IV sceglie degli arbitri per mettere tutti d’accordo, prima Rainaldo, pievano della pieve di Sillano, diocesi di Fiesole, poi il priore di Fleri, diocesi di Arezzo. Guido, di Assalto, è definito “miles” e “milite” (messere a questo punto potrebbe essere una volgarizzazione proprio di miles). E quindi è un cavaliere.
Un uomo della militia, l’élite nobiliare piccolo-medio-grande che nella fase consolare dettò legge nei Comuni e che poi con l’ascesa del popolo dovette arretrare di qualche posizione. Ritagliandosi prebende e incarichi non più fra i consoli, i capitani, i gonfalonieri, i podestà (che erano peraltro forestieri), i consigli, bensì altrove come nel patrimonio ecclesiastico. Ciò non esclude studi, ad esempio di legge, ma non li presuppone necessariamente. Anzi, a questo punto Guido lo possiamo catalogare più come un attaccabrighe che come un giureconsulto.
Uno che pur di ottenere il (presunto) suo è disposto a litigare davanti a un giudice e magari gli prudono le mani. Nello stile di famiglia? Probabile. Se Assalto fosse stato il cognome di sicuro questo clan vantava un antenato facinoroso, magari lo stesso padre di Guido, in grado di guadagnarsi un epiteto grazie alle sue gesta sul campo dopo di che l’epiteto stesso venne “registrato” all’anagrafe. Perché le future generazioni avrebbero dovuto rinnegare l’imprinting? E se Assalto fosse il nome? Guido Assalto. Tipo Francesco Maria. Gian Enrico. Significherebbe che all’atto di battezzarlo le cose furono subito messe in chiaro: il carattere dell’erede, auspicabilmente, non avrebbe dovuto discostarsi dalla fama dei predecessori.
Nel Duecento, come oggi d’altronde, i genitori erano sufficientemente fantasiosi. Il terzo documento dà informazioni sulla discendenza e sull’abitazione di Guido, verosimilmente il nucleo di quella che prese il nome Contrada di messer Guido Assalti e che oggi è via della Fioraia. Un abate dà in enfiteusi a Francesca vedova di Roizello, professore di diritto, una proprietà posta ad Arezzo in porta del Borgo, in contrada san Pier Piccolo, “sul retro delle case dei figli di Assalto”. Dunque, si spiega perché nel medioevo la toponomastica del luogo cominciò a richiamare questo tizio. E a proposito di figli, ci soccorre uno di loro, che nel 1256 si dichiara orfano. Se non ha mentito, il botolo ringhioso era già morto a tale data.