
i tifosi espongono striscioni chiedendo uno stadio migliore
di Saverio
Bargagna
, noi lo sappiamo. La salvezza non è una promessa, è un cammino: e noi ci andremo dentro fino all’ultimo secondo, con le unghie, con la voce, con l’ostinazione di chi ama.
Fa bene la società a dirsi ambiziosa: non un traguardo ma un punto di partenza, lungo e faticoso, come quelle salite che tagliano il fiato e accendono il cuore.
Noi, però, abbiamo un compito: stare. Stare quando piove, quando le gambe tremano, quando i pronostici diventano coltellate. Stare e ricordare da dove veniamo: le domeniche storte, le notti perfette, le trasferte improbabili, gli abbracci in curva, i bambini con la maglia troppo grande. Ci diranno che non basta, che è dura, che è ingenuo crederci. Risponderemo con i fatti minuscoli: un coro che ricomincia, una sciarpa che torna fuori dal cassetto, una città che si stringe. La squadra farà la sua parte, sbaglierà e rimetterà a posto, perché è così che si cresce.
A noi tocca il resto, come sempre fatto: tenere la fiamma, correggere le cadute con il tifo, pretendere serietà e offrire pazienza.
E allora teniamoci stretti: quartieri e botteghe, scuole calcio e gradinate: i volti di chi c’era e di chi verrà. Non serve rumore, serve costanza piccoli gesti ripetuti, finché il campo darà ragione. , qualunque cosa succeda, noi ci saremo. E se un giorno mancherà la voce, parleranno i nostri passi: uno dopo l’altro, fino alla fine. Perché appartenere significa restare quando vacilla la speranza e il vento gira. La città lotterà come sempre ha fatto nei secoli.