ANDREA MARTINO
Calcio

Gilardino, un viaggio con il vento in poppa

Il mister del Pisa è nato il giorno della storica sfida contro il Brasile dell’82, facendo poi parte alla spedizione che ha trionfato nel 2006

Il mister del Pisa è nato il giorno della storica sfida contro il Brasile dell’82, facendo poi parte alla spedizione che ha trionfato nel 2006

Il mister del Pisa è nato il giorno della storica sfida contro il Brasile dell’82, facendo poi parte alla spedizione che ha trionfato nel 2006

Partiamo dall’inizio. Scontato, direte voi. Mica tanto. Perché se la stella sotto cui nasci brilla nella notte del 5 luglio 1982, significa che il cielo ha in serbo per te un destino inevitabilmente collegato al calcio. Quella sera praticamente l’intera Italia era immobile di fronte a Rai 1, avvolta dalla voce calda e ritmica di Nando Martellini: la nazionale di Bearzot si giocava l’accesso alla semifinale del Mundial spagnolo nientepopodimeno che contro i mostri sacri del Brasile. Una collezione di fenomeni allestita per fare un sol boccone di tutta la concorrenza e cucire sulla casacca della "seleção" il quarto allora della sua storia. Invece accade che il più improbabile dei protagonisti decida di indossare le vesti del supereroe e dare il via a una delle pagine più romantiche del calcio italiano. Mentre Paolo Rossi al "Sarrià" di Barcellona entrava nel mito col soprannome di Pablito, diverse centinaia di chilometri più a est la famiglia Gilardino festeggiava due volte: per l’approdo alla semifinale dei Mondiali e per l’arrivo del piccolo Alberto. Con il pallone incollato al piede Gilardino a soli 15 anni ha dato l’arrivederci alla sua terra natale, spinto dalla famiglia a inseguire il sogno di sfondare nel professionismo. Ad attenderlo c’era il Piacenza.

Vabbè, una squadra di provincia come un’altra, direte voi. Mica tanto. In quel Piacenza "degli italiani" una traccia indelebile era stata appena lasciata da un centravanti che, diversi anni più tardi, avrebbe condiviso con Gilardino vittorie, trofei e anche un intreccio beffardo del destino: Filippo Inzaghi. Vi dice niente questo nome? Mandiamo avanti il nastro della storia di Alberto per arrivare al 5 gennaio 2000 quando, ancora minorenne, debuttò tra i professionisti contro il Milan. La Gazzetta dello Sport gli regalò un sei e mezzo di incoraggiamento: "Debutta a diciassette anni portando un po’ di pepe davanti. Buone sponde, un tiro fuori".

La prima gioia si concretizzò qualche settimana dopo, a marzo. Vabbè, in un giorno qualsiasi di un mese qualunque, direte voi. E no, ormai dovreste averlo capito.

Le stelle avevano ben chiara la traiettoria da far seguire alla storia di Gilardino nel calcio: il primo gol tra i professionisti lo segnò il 25 marzo, giorno del Capodanno in Stile Pisano. Con un tiro da fuori area – per niente un gol "alla Gilardino" – che bucò la porta del Venezia: per la "rosea" un’altra prestazione da sei e mezzo "del prodotto del vivaio locale, per qualcuno è un degno erede della dinastia Inzaghi". "Erede" e "Inzaghi": due concetti che vengono confermati, incredibilmente, nelle tappe successive del percorso di Gilardino: dopo Piacenza arrivò il Verona, poi il Parma. Indovinate un po’ qual è stata la strada coperta da Pippo Inzaghi? Il resto della carriera di Alberto Gilardino è divenuta un pezzo della storia recente del calcio italiano, a braccetto proprio con l’altro numero 9 che lo ha preceduto di un anno persino sulla panchina dello Sporting Club. Il centravanti partito da Biella dapprima è divenuto "il Gila", poi "il violinista", per la sua iconica esultanza dopo ogni gol.

"Ideata con Marco Marchionni ai tempi di Parma" ha svelato in un’intervista. "Perché mi ha sempre affascinato la costruzione di questo strumento musicale, è come fare gol. Bastano i giusti movimenti, tanta applicazione e la voglia di riuscire per creare qualcosa di stupendo". In queste parole c’è tutto il pensiero calcistico del nuovo allenatore nerazzurro: spazio all’organizzazione e all’intuizione del singolo applicata in modo ferreo e indiscutibile al bene superiore dell’intera squadra. Gliel’ha insegnato la carriera da centravanti e non ha più abbandonato questo dogma: il collettivo esalta i singoli, mai il contrario. Il suo Pisa sarà questo: un gruppo di persone accomunate da un solo obiettivo, ciascuna con il proprio spartito da seguire ma tutte allineate al ritmo e alle note dettate dal primo violino.

M.A.