
Giovanni Mosca tornerà a lavorare alla Dogaia. A La Nazione parla del penitenziario e del sistema carcerario in generale
Prato, 7 luglio 2025 – “Nessuno, a sinistra e a destra, è riuscito a capire davvero l’emergenza del carcere. Carenza di personale di polizia penitenziaria, di personale educativo, la mancanza di una stabilità dei vertici di comando: i problemi della Dogaia non sono certo di oggi. In questi anni solo effimere promesse, solo parole di circostanze. Solo passerelle, con il personale e i detenuti abbandonati a problemi ormai endemici”. Giovanni Mosca, reduce dall’avventura come delegato speciale alle frazioni nell’amministrazione Bugetti (incaricato che, essendo fiduciario, decadrà il 10 luglio quando le dimissioni della sindaca diventeranno effettive), è uno che la Dogaia la conosce da vicino: lì per quarant’anni ha prestato servizio ininterrotto come funzionario contabile, lavoro pronto a riprendere appena si sarà lasciato alle spalle l’incarico comunale.
Parla del carcere come di un figlio a cui vuole bene, Mosca: la Dogaia, e non solo ora con le inchieste della procura, ha bisogno di più attenzione, dice. E di fatti. Tra le battaglie degli anni passati quella di un parcheggio per i dipendenti del carcere, parcheggio che ancora manca, così come una fermata dell’autobus.
“Quella del carcere è una realtà che ha saputo convivere con il territorio, radicata nel tessuto sociale e culturale di una frazione come Maliseti. Un realtà sterminata: ha una superficie di 10 campi di calcio”. Mosca, che è stato anche consigliere comunale dal 1999 al 2004 e per 10 anni ex presidente della circoscrizione Ovest (dal 2004 al 2014), torna all’apertura della Dogaia. Era il 1986. “C’era molta paura tra i cittadini, facemmo una miriade di riunioni pubbliche per tranquillizzare la popolazione. La paura, ad esempio, era che i familiari dei detenuti si stabilizzassero a Maliseti e creassero problemi di ordine pubblico come succedeva a quei tempi a Sollicciano. L’idea di aprire una casa Circondariale a Prato, città industriale era quella di dare un lavoro e una prospettiva di nuova vita ai detenuti con l’impegno degli industriali, con spazi immensi per laboratorio di nuove attività industriali”.
Un’idea mai decollata. “Non c’è stata la lungimiranza di attuare un percorso di vero reinserimento lavorativo, di creare posti di lavoro per i detenuti. Eppure era una grande intuizione, ma gli industriali non ci hanno mai creduto”. E poi la politica, destra o sinistra non fa differenza, “che negli anni è stata solo capace di effimere promesse e passarelle, solo per raccattare qualche voto”.
La Dogaia in queste settimane è nell’occhio del ciclone per le indagini della procura partite nel luglio dell’anno scorso e culminate nella maxi perquisizione del 28 giugno. “Chi ha sbagliato pagherà – sintetizza Mosca – ma ci sono tante persone che lavorano con grande abnegazione e senso del dovere, nella legalità e responsabilità. Quello che si chiede alle istituzioni, alla politica, è di avere a cuore una realtà complessa e difficile come Prato, con impegni concreti affinché chi ci lavora possa farlo con serenità e tranquillità, con organici adeguati. E a chi sta scontando una pena va garantita dignità e rispetto della persona. Questo deve essere un impegno di tutti. Non bisogna buttare la chiave, ma dare sempre una speranza a chi ha commesso un grave delitto: che possa ritornare nella società da un uomo diverso, rieducato alla vita sociale”.
Maristella Carbonin