
Tutti i protagonisti della giornata (Acerboni/fotoCastellani)
Trentadue anni a dirsi "resistiamo". Nel mezzo innumerevoli inciampi di volontà. A guardarsi negli occhi, marito e moglie, e pensare "è la fine", "non ce la possiamo fare"; a dormirci sopra (poco) per poi fare un’altra marcia indietro. E andare avanti. Fino ad accumulare sei procedimenti penali, tutti intentati per inseguire la verità per via di quella fede incrollabile nella giustizia. Nonostante tutto.
È colpevole d’aver "fatto i nomi" Tiberio Bentivoglio, imprenditore calabrese che per la prima volta nel 1992 si è ribellato al pizzo; che ha detto, ripetuto, urlato ‘no’ rischiando la vita, perdendo tutto, libertà compresa. È una delle tre storie emblematiche che il Premio Caponnetto 2024 ha consegnato alla città e agli studenti ieri, tutte accomunate da un’idea di legalità, giustizia e verità.
"Mi fa piacere ricevere questo riconoscimento, sono orgoglioso di poterlo aggiungere a quelli intitolati ad altre personalità di spicco come Falcone, Borsellino, Chinnici, Livatino e Scopelliti che mi sono stati attribuiti – dice Bentivoglio -. Da trentadue anni vivo in mezzo ai processi. È tanta la sofferenza, quella che si prova anche a vedere i mafiosi passeggiare tranquilli. Senza certezza della pena si fa fatica a immaginare un riscatto. Mi addolora non sapere a volte cosa rispondere ai miei nipoti quando mi chiedono: ‘nonno, ma è servito davvero a qualcosa perdere tutto, anche la libertà?’. A loro posso dire che se c’è una cosa che nessuno ci ha tolto mai è la dignità. Ma serve uno Stato più forte, più presente".
E poi la testimonianza di un altro premiato, Enrico Calamai, ex console prima del Cile negli anni del golpe del generale Pinochet poi in Argentina negli anni del colpo di stato di Jorge Videla. Fu grazie al suo impegno e alla sua determinazione che trecento persone scamparono alla morte, correndo pericoli enormi e scontrandosi spesso con la "rigidità" delle istituzioni.
"La legalità è l’arma che il cittadino disarmato ha per poter tutelare i propri diritti. Come si conserva fiducia nelle istituzioni? Occorre far chiarezza a livello politico – risponde Calamai -. Viviamo una fase storica in cui la politica punta ad allargare la base elettorale parlando alla pancia dell’elettore. Questo fa sì che nei momenti più tragici e difficili l’elettore si trovi abbandonato. Bisogna trovare un progetto politico da portare avanti e attuare nei limiti del possibile".
Nella terna anche Anna Sergi, origini calabresi, professoressa ordinaria di Criminologia all’Università dell’Essex dove ha conseguito un dottorato di ricerca in Sociologia con specializzazione in Criminologia. Suo il merito di aver restituito attraverso la ricerca un’idea più nitida della ‘sua’ Calabria.
"Cerco di proporre una contronarrazione – dice -. Non amo quel tipo di narrazione appiattita che si basa sul solo sentimento antimafia, che si celebra unicamente un giorno l’anno. Credo che la mafia sia una cosa chiara, specie la ndrangheta sempre uguale a sé stessa. Difficile semmai è riconoscerla lontana dal suo territorio. Quel che ho notato fuori dall’Italia è una difficoltà a riconoscere la mafia come propria. C’è una tendenza a ricondurla alla questione migratoria, come se fare mafia fosse una specialità tutta italiana. All’estero conoscono bene il fenomeno, i mercati, i suoi meccanismi ma spesso lo considerano un problema come tanti, non prioritario".