
Nei locali messi a disposizione della Diocesi hanno trovato posto 36 giovani. La struttura è dotata di servizi e ci sono gli operatori sempre presenti. Il racconto di un assistente: "In regola documenti e assistenza sanitaria". .
Il passato e il futuro dell’accoglienza a Pistoia sono separati da una manciata di chilometri: due e mezzo, per la precisione. È questa la distanza che divide la parrocchia di Vicofaro – oggi sigillata e presidiata 24 ore su 24 da Polizia e Carabinieri – dalla canonica della Chiesa della Madonna della Salute, a Capostrada, dove attualmente sono ospitati 36 migranti. Sono gli stessi che, fino alla scorsa settimana, vivevano nella comunità di Don Massimo Biancalani. Gli altri, circa un centinaio, sono stati dislocati in sette diverse strutture: oltre a a Capostrada, anche alle Fornaci e a Pistoia Nuova. E poi nella provincia: Piuvica, Lucciano, la residenza terapeutica Il Poggiolino a Larciano, solo per citarne alcune. A Capostrada, comunque, si trova oggi il gruppo più numeroso, dal momento che nelle altre sedi i migranti sono stati suddivisi in nuclei non superiori a venti persone. Com’è stato l’inizio di questo nuovo percorso? Silenzioso e senza clamori. La maggior parte dei residenti pare essersi mostrata indifferente all’arrivo dei nuovi ospiti nella canonica. Altri, invece, non hanno gradito il trasferimento avvenuto senza un preavviso o un coinvolgimento della popolazione da parte della Diocesi o dell’amministrazione comunale.
"Se ce lo avessero detto prima, l’avremmo preferito – dice qualcuno al circolo davanti alla canonica –. Però ormai ci sono, e va bene così. L’importante è che rispettino le regole". Un atteggiamento che, comunque lo si voglia giudicare, è ben distante dal clima di esasperazione che da anni si respirava a Vicofaro, dove la situazione era diventata ingestibile: fino a 150 persone stipate in spazi progettati per ospitarne una trentina, con problemi cronici di vivibilità, igiene e sicurezza. A Capostrada, invece, sembra di assistere a un nuovo inizio, più ordinato e consapevole, anche se ancora in fase embrionale. I 36 migranti sono seguiti quotidianamente da operatori della Diocesi e delle cooperative sociali convenzionate. La canonica, dotata di tre bagni, sarà presto integrata con una zona comune per le docce, mentre sono in corso lavori di adeguamento della cucina alle nuove esigenze. Uno dei primi interventi effettuati – su proposta degli stessi ospiti – ha riguardato la pulizia del giardino: taglio della siepe del vialetto d’ingresso e sfalcio dell’erba. "Non abbiamo mai percepito ostilità verso questi ragazzi – racconta un operatore della cooperativa –. Anzi, una signora che ci ha visto tagliare il prato ci ha offerto un rastrello. È un piccolo gesto, ma significativo". Il percorso di integrazione è appena cominciato. Le priorità, in questa fase, sono il rinnovo dei documenti e l’assegnazione del medico di base. Successivamente saranno attivati corsi di lingua italiana e attività ricreative, soprattutto per quella minoranza che al momento non ha un impiego. "Molti di loro lavorano già – spiega l’operatore –. Per quanto i più siano per lo più contenti di aver trovato rifugio in un contesto meno affollato rispetto a dove erano, non hanno intenzione di restare qui a lungo". Tra loro, una dozzina di persone di origine marocchina si sta già muovendo per trovare un’abitazione in affitto. "Hanno messo da parte qualche risparmio e si stanno organizzando per andare via – conclude l’operatore –. Non vogliono pesare su nessuno, né vivere in una situazione assistenziale permanente. Vogliono semplicemente costruirsi una vita normale".
Francesco Storai