Nel riquadro, la vittima
Nel riquadro, la vittima

Pisa, 26 novembre 2021 - «Vogliamo la verità per nostro figlio". Non ci stanno Giuliana Nesi e Mauro Tognetti, i genitori di Marco, il ragazzo di 23 anni originario della Lucchesia morto lo scorso 3 novembre. Non hanno più voglia di leggere che il loro figlio è morto a causa di una lunga malattia, perché non sono convinti che sia stata questa la causa del decesso.

"Marco conviveva dall’età di 10 anni con il morbo di Crohn, è vero – spiega la mamma Giuliana – Ringraziamo tutti quelli che ci sono stati vicino in questi giorni, ma ci sono cose che a noi non tornano e vogliamo vederci chiaro".

La malattia di Crohn colpisce l’intestino, caratterizzata da un’infiammazione cronica le cui cause non sono ancora note. Marco ci combatteva da quando era piccolo, entrando e uscendo dalla sala operatoria. L’ultima volta tre settimane fa, quando purtoppo non ce l’ha fatta. Proprio sulle sue ultime ore di vita i genitori vogliono far luce, consapevoli che tutto ciò non rendere più sopportabile il loro dolore, ma almeno sciogliere quei dubbi che lo rendono ancor più pesante.

"Tutto è iniziato a luglio - racconta Giuliana Nesi -. Un controllo all’addome, programmato a Cisanello: salta fuori che ha una perforazione all’intestino. L’operazione va bene e torna a casa dopo qualche giorno. Ha due stomie, ma nonostante tutto è sereno".

"Aveva fame di continuo, non l’ho mai visto mangiare così con gusto. Dopo che il gastroenterologo ci dice che si possono togliere le stomie, prendiamo appuntamento. è settembre. Arriviamo a Cisanello alle 7.30 e ci fanno aspettare fino alle 22.30 in un parcheggio, con tutti i disagi del caso. Perché, ci dicono, hanno avuto un intoppo causa Covid. Ci portano nel reparto di Medicina e appena entrati una dottoressa ci dice che dagli esami risulta che Marco aveva la Klebsiella (un batterio ndr). Dopo la preospedalizzazione nessuno ci avvisa, nonostante si tratti di un batterio multiresistente e trasmissibile. Marco quella sera si fa prendere dal nervoso e dall’ansia, vuol andare via. Provo a convincerlo, ma invano, così lo fanno firmare e io lo porto a casa. A distanza di una ventina di giorni si libera un altro posto e così ritorniamo a Cisanello. Sarebbe dovuto rimanere in gastroenterologia per circa 4 giorni prima dell’operazione, in attesa di stabilizzare i parametri. Ma è insofferente e lo palesa agli stessi medici. Vuol tornare a casa il prima possible. La sera dopo il ricovero ci chiama e ci dice che il giorno dopo lo avrebbero operato".

"L’operazione va bene, lo avrebbero dimesso dopo una settimana". Si alza, ride e scherza col fratello. Tutto sembrava andare per il meglio, se non fosse per quell’ematoma all’addome. "Mi chiamano la sera dicendomi che c’è il dubbio di un’emorragia e che lo devono riaprire. Il chirurgo dice che c’è un sanguinamento, ma ci rassicura: decide di non richiuderlo e tenerlo per 48 ore in terapia intensiva, con le pezze nell’addome, per poi riportarlo in sala. Ma quando andiamo in intensiva l’anestesista che era lì ci dice che Marco è grave. Il giorno seguente gli organi sono già compromessi, ma nessuno sa dirci il motivo. Il primario di chirurgia dice che la situazione di Marco è degenarata, avrebbe dovuto riportarlo in sala operatoria, ma che i parametri non glielo permettono. Salvo poi, dopo 15 minuti, cambiare idea e rimetterlo sotto i ferri. Dopo 10 minuti il chirurgo è già fuori: Marco non dà segnali di ripresa. La mattina seguente, alle 9.30, non c’è più".

Un racconto articolato, sintetizzato per forza di cose, di una storia che lascia perplessi i coniugi Tognetti. "Ci sono molti elementi di stranezza, per cui vogliamo spiegazioni". La scorsa settimana hanno richiesto di poter avere le cartelle cliniche. Dovranno attendere circa un mese. Vogliono farle analizzare da un esperto e capire cos’è accaduto in quelle ore che hanno stravolto completamente le loro vite.