Pisa, 17 settembre 2021 - Giacomo Franceschi è stato condannato dal collegio (presidente Dani, a latere Grieco e Iadaresta) a 12 anni. La sentenza è arrivata a tre anni dal dramma del Monte Pisano che da allora ha cambiato volto. La Procura (Flavia Alemi, sostenuta durante tutte le indagini, e anche ieri in aula, dal procuratore capo Alessandro Crini) aveva chiesto 15 anni per il 40enne ex volontario dell'antincendio boschivo, accusato di aver provocato il rogo che il 24 settembre 2018 distrusse quasi 1300 ettari di vegetazione.

Undici le case colpite (cinque devastate) in quell'evento, 700 le persone evacuate tra Montemagno e Noce. Si è chiuso in Tribunale a Pisa il processo (di primo grado, scontato il secondo) per incendio doloso e disastro ambientale. In aula, erano presenti anche le parti civili (l'associazione Gva, di cui l'uomo faceva parte, rappresentata dall’avvocato Lorenzo Stefani; i Comuni danneggiati, quelli di Calci e Buti attraverso la penalista Laura Antonelli; il Comune di Vicopisano assistito da Silvia Fulceri e la onlus ambientalista «Lega per l’abolizione della caccia» rappresentata dal legale Valentina Angelini) e i carabinieri che hanno seguito il caso.

Ma soprattutto, c'era lui, Franceschi stesso che ha assistito a quasi tutte le tappe della vicenda giudiziaria. Dopo le repliche della pm e della difesa (con l'avvocato Mario De Giorgio), il collegio si è riunito in camera di consiglio. Poi la lettura del dispositivo intorno alle 18. Lunghissima era stata la requisitoria della sostituta procuratrice nella quale era stato ricostruito non solo quella notte, ma anche gli episodi di fuoco precedenti (non contestati) in quell'estate nera per gli incendi a Calci, lo stato psicologico del giovane ritenuto colpevole, le "sue contraddizioni" e il percorso di Google Maps che i militari hanno trovato sul suo cellulare, le intercettazioni e le telecamere che lo avrebbero ripreso in discesa dal monte in orario compatibile per accendere la miccia, un ordigno con avvio "lento".

Mozziconi di zampirone, secondo l'accusa, che avrebbero consentito all'uomo di allontanarsi per tornare a casa. Ma, soprattutto, la sua "autoconfessione" agli uomini dell'Arma. "Quella sera non ero sul Serra, ma a casa", si è difeso Franceschi, quando ha deposto.

"Sono salito sul monte solo dopo", ha spiegato ritrattando quello che aveva detto quando fu sottoposto al fermo il 18 dicembre 2018. De Giorgio aveva chiesto per lui una sentenza di assoluzione, perché - aveva riassunto alla fine della sua arringa - "manca la certezza della responsabilità". Da qui era partito, tre ore prima, l’avvocato pisano nella sua ricostruzione precisa che ha cercato di dare una visione diversa di tutti gli argomenti della Procura, «una valutazione indiziaria», l’ha definita il difensore.