’Giacomo’, l’esempio di Matteotti

Il Teatro Borgia porta a Fuori Luogo lo spettacolo dedicato al politico, a cento anni dalla sua morte

’Giacomo’, l’esempio di Matteotti

’Giacomo’ in scena al Dialma Ruggiero con l’attrice Elena Cotugno

Cent’anni dalla sua morte e da quell’intervento in Parlamento che suonò come un de profundis. Il Teatro dei Borgia porterà domani sera alle 20.30 a "Fuori Luogo", sul palco del Dialma Ruggiero alla Spezia, "Giacomo – Un intervento d’arte drammatica in ambito politico", un’opera inconsueta, in cui le parole di Matteotti pronunciate durante le assemblee del 31 gennaio 1921 e del 30 maggio 1924, saranno interpretate da Elena Cotugno. È lei, insieme al regista Gianpiero Borgia, ad aver dato vita al progetto, che nonostante il secolo di mezzo, risulta di grande attualità e denuncia in un epoca di appannamento della politica.

Qual è il significato di questo monologo?

"Lavoriamo su estratti parlamentari senza modifica del testo, eccetto qualche tecnicismo: dato che di Matteotti si conosce molto il mito e non il pensiero, ci mettiamo a disposizione della sua parola".

Quanto bisogno di Matteotti c’è oggi?

"Nel momento in cui è morto, è diventato un’utile bandiera, in primis per chi a sinistra non l’ha sostenuto nei momenti più duri della lotta al fascismo. Prima era quasi un grillo parlante del suo tempo, ma ancora adesso si parla di una figura mitologica e non di quello straordinario profeta della politica quale fu".

Eppure, il tema dell’antifascismo oggi è all’ordine del giorno.

"Bisogna usare il termine nel modo giusto: un conto furono gli antifascisti storici pronti a combattere la dittatura, battaglia che portò verso la Costituzione fondata su tali valori, un altro quello di maniera da talk show del 2024".

Sta dicendo che oggi non ha più senso oggi parlare di antifascismo e, all’opposto, di pericolo fascista?

"L’antifascismo si concluso nel 1945, nel momento in cui si combatte un movimento politico morto e sepolto, credo che ci si distragga da quello che si dovrebbe fare oggi: difende la democrazia da un progressivo smottamento della qualità, in corso nell’Occidente e, non ultimo in Italia. Che da noi ci si impicchi all’antifascismo e nessuno protesti per l’impossibilità di esprimere la propria preferenza dal ’Porcellum’ in poi e nessuno faccia una battaglia per rirendere il Parlamento sovrano, vuol dire che si agita un antifascismo nevrotico e non si vede il mostro vero: la perdita di valore della democrazia".

E quindi, Matteotti in questo quadro cosa insegna?

"Quello che deve fare un vero leader politico: saper leggere il futuro. In questo è stato una figura straordinaria, invece ci tocca sentire le dichiarazioni di Salvini sulla Russia, o ancora vedere un l’ex presidente degli Stati Uniti coinvolto nei ben noti fatti del Campidoglio e di nuovo in corsa. Se per antifascismo si intende amare una figura come Matteotti, allora lo capisco profondamente, se si intende nevrotizzazione di un dibattito politico, non lo comprendo".

Tornando allo spettacolo, cosa dà e cosa toglie allo spettatore un testo senza alcuna mediazione, peraltro diviso in due discorsi tenuti prima e dopo la marcia su Roma?

"Anzitutto, è interpretato da una straordinaria attrice, Elena Cotugno: scelta non casuale, perché anche nel dibattito politico italiano è rimasto il linguaggio di bulli tipico della politica fascista nei confronti della donna e si notano assonanze con il presente. Poi, la pura retorica hegeliana di Matteotti che parla a braccio per 28 minuti senza perdere il filo: un politico che parla a braccio per mezz’ora senza urlare e senza effetti speciali, esercizio retorico a noi sconosciuto".