ROBERTA DELLA MAGGESA
Cronaca

Dalla rivolta di Spartaco ai Ciompi. Fino alla lezione del Sessantotto: "Nel potere non c’è mai giustizia"

Pagano racconta il retroscena culturale e intellettuale del libro ’Tra utopia e realismo’, da poco in edicola

Dalla rivolta di Spartaco ai Ciompi. Fino alla lezione del Sessantotto: "Nel potere non c’è mai giustizia"

Dalla rivolta di Spartaco ai Ciompi. Fino alla lezione del Sessantotto: "Nel potere non c’è mai giustizia"

Lontani nel tempo. Eppure così vicini alla sensibilità dei contemporanei. Forse per la straordinaria capacità di esegesi delle meccaniche sociali e spirituali. O forse perché hanno saputo cogliere, come capitato in pochi altri momenti della storia dell’uomo moderno, la necessità di delinare un ’nuovo senso della vita’. Non è un caso che proprio agli anni ’60 Giorgio Pagano abbia dedicato anche il suo ultimo libro, ’Tra Utopia e realismo’ (edizioni Ets): un volume corale, curato dall’ex sindaco e presidente dell’associazione Mediterraneo, con contribuiti suoi e di storici, filosofi e studiosi di diversa provenienza.

Pagano, è corretto dire che questo nuovo volume nasce per filiazione da ’Un mondo nuovo, una speranza appena nata’?

"Certamente, si può dire che il nuovo libro sviluppa il precedente. ‘Un mondo nuovo, una speranza appena nata’ è stato apprezzato non solo perché – lo ha scritto lo storico Paolo Pezzino – ‘è un’opera monumentale che restituisce alla Spezia, importante città industriale, il ruolo di primo piano che le spetta nel quadro dei sovvertimenti politico-sociali ed economici degli anni Sessanta’ ma anche perché la scelta della ‘microstoria’ per un fenomeno globale come il Sessantotto consente, utilizzando come prisma un’esperienza di provincia, di approfondire la comprensione della storia nazionale e internazionale. Da tutto ciò è scaturito un convegno, e poi un libro che approfondisce, con il contributo di studiosi di diversa provenienza, i nodi ideologici, storici e culturali che hanno presieduto al Sessantotto, alle sue origini negli anni Sessanta e alla sua ‘onda lunga’ nei Settanta".

In che modo gli studi condotti sul ’68 alla Spezia sono stati di stimolo per allargare la ricerca a una dimensione più globale?

"Spezia, città non universitaria, fu protagonista del Sessantotto degli studenti medi: un movimento che ebbe contenuti interessanti, forse più ancora di quello universitario, e un livello di partecipazione più alto. Inoltre fu protagonista del Sessantotto operaio. La tensione morale per un mondo più umano fu molto forte sia tra gli studenti che tra gli operai. L’esperienza operaia fu contigua dal punto di vista comportamentale a quella studentesca: partiva anch’essa dalla soggettività, dal voler essere ‘persone nuove’, per approdare alla dimensione comunitaria. Inoltre dagli studi sgorga tutta la vitalità e la passione dei tanti giovani spezzini che sperimentavano nuovi valori nella creatività culturale: a partire dalla musica e dal cinema – si pensi a Enzo Ungari –, cominciò a formarsi la prima generazione globale, nel segno della ‘controcultura’".

Il libro si apre con una citazione di Edward Thompson, in cui la spinta rivoluzionaria che ha fatto da motore ai grandi movimenti di piazza del ’68 viene inquadrata come la risposta antropologica a un’offesa del potere, nelle varie forme in cui questa offesa si è espressa nel tempo. Cosa resta oggi di questa carica emotiva e intellettuale?

"Thompson scrive del potere negli anni Sessanta. Ma nel potere non c’è mai giustizia: chi sta sotto non ha voce. Finché per qualche via viene loro la spinta morale a ribellarsi. Da Spartaco e dai Ciompi fino al Sessantotto c’è sempre stato chi si è battuto per la speranza di un mondo più umano, chi ha detto: ‘Io non ci sto’. Accadrà ancora. L’immagine della copertina del libro ritrae Mario Savio che parla agli studenti di Berkeley nel 1964. Joan Baez aveva intonato ‘Blowin’ in the wind’ di Dylan: ‘Su quante strade deve camminare un uomo/ Prima di essere chiamato tale’. Savio disse che ‘la storia non è finita’ e che ‘è possibile una migliore società’. Vale anche oggi: il sentimento che ha sempre mosso il riscatto di chi sta sotto è nascosto, ma il filo non si è spezzato".

Lei pensa che i giovani di oggi siano in grado di metabolizzare le offese del loro tempo?

"Come nel Sessantotto dobbiamo partire dalla conoscenza, dal sapere: è ancora adesso la leva per cambiare la società. La riforma della cultura oggi significa fare i conti con il web. Il rischio è di essere esclusi dalle informazioni vere e di azzuffarsi sui social, soli e arrabbiati, in preda ai peggiori ciarlatani. L’antidoto è una scuola pubblica che sia così potente da dare a tutti gli strumenti per discutere e per comprendere: per navigare senza annegare. Vado spesso nelle scuole: tanti giovani vogliono ragionare con la loro testa, non con quella degli influencer. Dobbiamo stare di più al loro fianco, contro l’idea di scuola normalizzata e punitiva che sta avanzando".

Il ’68 sul piano internazionale è stato una risposta alla cocente delusione di miti andati in frantumi: quello americano, distrutto dalla guerra del Vietnam, e quello sovietico, appannato dalla primavera di Praga. Qual è il punto debole della mitologia contemporanea, il varco attraverso il quale potrebbe passare il cavallo di troia di una nuova spinta al cambiamento?

"L’avversario è chiaro: il mix neoliberismo-neoautoritarismo-bellicismo. Un sistema che aumenta le diseguaglianze, distrugge la natura, riduce la democrazia e la partecipazione, spinge alla guerra. La ribellione può partire da una delle ‘postazioni’ alternative: la lotta per la dignità del lavoro, l’ecologismo, l’antiautoritarismo, il pacifismo. I tanti punti di vista critici devono combinarsi in un’idea di cambiamento della società, in un ‘nuovo senso della vita’. Per ora non sono stati delineati dalla politica, ma dal Papa: la giustizia sociale e ambientale, la pace. Francesco ci indica la strada: rintracciare nel profondo dell’umano la radice della ribellione contro un mondo sempre più disumanizzato. Il Sessantotto è ormai molto lontano da noi ma la necessità di questo sogno è la sua fondamentale eredità, generatrice di futuro".