
Matteo Lancini discute l'importanza di un nuovo approccio verso gli adolescenti e critica la gestione adulta delle dipendenze tecnologiche.
Un incontro che diventa finestra sul mondo dell’adolescenza e sui rapporti fra esso e quello degli adulti. Interviene Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta che questa sera sarà ospite al Teatro Civico della Spezia in occasione dell’evento 'Sii te stesso a modo mio. Essere adolescenti nell’epoca della fragilità adulta', promosso da Futuro Aperto.
Professore, questi giovani apparentemente hanno tutto, ma soffrono. Come rimediare?
"C’è una dissociazione degli adulti, che pensano a se stessi che dicono di far tutto per i ragazzi: plastificano i mari, hanno trasformato la Next Generation Eu in Pnrr, dicono di voler bene all’altro, ma gli tolgono ogni cosa. Dovrebbero rinunciare a qualcosa, invece fanno proposte di vietare i social, applaudono ai funerali, rimuovono il dolore. Serve guardare agli adolescenti in modo diverso".
Cosa le chiedono durante gli incontri?
"Di solito, domande su cosa si debba fare, sul funzionamento delle nuove generazioni e sulle espressioni del disagio. Il vero problema è saper stare con i figli, accettare che sono unici e capire che tipo di genitorialità declinare: la vera emergenza educativa è quella degli adulti".
Però il dialogo spesso c’è.
"La famiglia mediamente li ascolta molto di più di quanto fossi ascoltato io, ma il problema è che non gradisce quello che dicono. Questo s’incrocia con una impossibilità delle nuove generazioni di esprimere quello che disturba, come rabbia e tristezza. Siamo impegnati a dire che facciamo tutto per loro, ma poi ci dà noia quello che sentiamo".
Quindi il problema sono ‘i grandi’?
"Oggi l’adulto dovrebbe fare l’adulto e mi preoccupa chi porta avanti petizioni social contro lo smartphone: una cavolata pazzesca. Gli chiedo: perché non li spegnete voi? Ti rispondono che ci lavorano, ma oggi internet non è un oggetto, non si può vietare come se fosse birra o droga, perché tutta la società si muove su di esso".
Quindi, il leitmotiv sulla dipendenza da internet, secondo lei è un fake? Glielo chiedo anche alla luce della sua esperienza di presidente della Fondazione Minotauro, dove dirige l’équipe Dipendenze tecnologiche.
"No, non c’è, non esiste nei manuali psichiatrici. I ragazzi stanno in internet perché gli abbiamo chiesto di crescere lì dentro".
E i famosi adolescenti che non dormono per stare incollati allo smartphone e non vanno in classe?
"I ritirati sociali non vanno a scuola, ma perché sperimentano la vergogna e si salvano grazie a internet. Il racconto mainstream è che la colpa di certi comportamenti è del telefono, ma quanti si preoccupano della qualità del genitore? Si deve anche capire qual è il significato del comportamento del ragazzo".
La scuola è cruciale nella maturazione dell’adolescente. Quali cambiamenti apporterebbe?
"Davanti alla scolarizzazione di massa abbiamo diviso arbitrariamente il sapere in discipline, ma l’essere umano non è fatto per studiare a compartimenti. Inoltre, non serve bocciare: era segnale di rigore, oggi di fallimento; servirebbe una valutazione seria dell’apprendimento, bisognerebbe smettere di interrogare, come se restituire fosse l’obiettivo dell’apprendimento, quando fai carriera se poni domande giuste. Insomma, si tengono a bada le esigenze di un milione e 200mila dipendenti del ministero, ma serve una scuola organizzata per i minori e non per gli adulti".