La città di Padre Bernardo "Stop zone d’ombra dei diritti Il turismo? Può disgregarci"

Lo sguardo dell’abate di San Miniato al Monte sulla Firenze che cambia. Sollicciano nel caos: "La giustizia non impedisca il rispetto della dignità".

di Olga Mugnaini

Dalla millenaria abbazia di San Miniato a Monte il Ferragosto ha una densità del tutto diversa dalla sonnolenta frenesia che scorre nelle strade della città. I monaci benedettini olivetani guidati dall’abate Bernardo Gianni, anche in questi giorni di Solleone restano “sentinelle“ di Dio, come San Gregorio Magno riconosceva in ogni predicatore.

Padre Bernardo, non tutti sono in vacanza. Un pensiero per chi è rimasto in città?

"Il Ferragosto è come una Pasqua estiva, una vera festa di fede. Celebriamo l’assunzione di Maria in cielo, madre di Dio e nostra. La Madonna è esperienza di salvezza e una formidabile occasione di speranza".

Firenze pare avere un volto diverso in questi giorni.

"Sì, e siamo invitati a trovare comunque buone ragioni per riconoscere in questa nostra permanenza un motivo per rallegrarsi. La città sembra in effetti quasi tutta per noi: poco traffico, poche congestioni nei negozi e supermercati. All’improvviso ci viene restituito quell’umanesimo fiorentino col suo particolare riverbero, facendoci sentendosi finalmente in una città a misura di uomo. Questo però non ci impedisce di cogliere antiche e nuove criticità".

Ecco, ci parli di vecchie e nuove criticità.

"Noi fiorentini che non siamo in vacanza, consapevolmente o inconsapevolmente, siamo le sentinelle della città. Non soltanto perché con un po’ di altruismo dovremmo dare un occhio all’appartamento accanto al nostro per vedere se tutto è in ordine. Ma anche perché la città in questa sua particolare pace è propensa a uno sguardo più profondo, quasi contemplativo. E contemplare non significa affatto evadere dalla realtà, anzi. Contemplare significa guardare con più amore, come diceva il mistico medievale Riccardo di San Vittore. E come brave sentinelle innamorate di ciò che è nella loro responsabilità di custodire, non possiamo ignorare oltre alla vibrante bellezza dei nostri monumenti, quelle porzioni di città fortemente compromesse, che sono marginali non soltanto da un punto di vista geografico, ma sopratutto esistenziale e culturale".

A cosa si riferisce? Allude ai problemi del carcere di Sollicciano, simile a molti altri penitenziari italiani?

"Sollicciano, ma tutti i carceri compreso quello minorile. Penso che le ragioni della giustizia e della riparazione sociale non ci dovrebbero impedire di rispettare la dignità di ogni persona, affinché proprio in nome del nostro umanesimo si possa promuovere la dignità in termini di educazione, formazione, riabilitazione e progressiva reintegrazione nel tessuto vitale della nostra cittadinanza".

Cosa pensa della vicenda della piccola Kata?

"La scomparsa della bambina corre lo stesso rischio della guerra in Ucraina: di essere archiviata in un file che nessuno intende riaprire. La sua drammatica vicenda ci impone poi di considerare essenziale una lettura più inclusiva della nostra città. Non possiamo permetterci l’esistenza di zone affrancate dalla cultura dei giusti diritti e dalla stessa giustizia, senza che sia prestata attenzione alle fasce più deboli della nostra società".

Neanche in questo periodo diminuiscono gli episodi di violenza che coinvolgono ragazzi minorenni.

"Anche in questo caso vorremmo e dovremmo restare sempre sentinelle disarmate. Il solo amore per la nostra città dovrebbe bastare a renderci invincibili custodi della delicata bellezza della nostra storia e soprattutto della nostra convivenza. Purtroppo le esperienze di violenza giovanile, fatta e subita, hanno l’aggravante di generare un clima di paura e di ostilità. E quasi inevitabilmente si alimenta un cultura della rivendicazione e della ritorsione".

Come intervenire?

"Ci si augura che chi ha il compito di tutelare il bene comune della pubblica sicurezza sia messo nelle condizioni e possa efficacemente stroncare fenomeni di violenza e sopruso, che finirebbero per disgregare ulteriormente la nostra socialità".

Si discute tanto di turismo.

"Non si può lasciare che la città diventi, almeno nel centro storico, la scenografia artefatta ad uso e consumo di un turismo che fatalmente finirebbe per erodere quella linfa vitale e organica che per il sindaco Giorgio La Pira era l’insostituibile verità della nostra più autentica con-cittadinanza".

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