PIETRO MECAROZZI
Cronaca

Assolto dopo mille giorni di carcere. Il Mef condannato al risarcimento

L’uomo era accusato di violenza sessuale sulle figlie minorenni: in 12 anni ha sostenuto dieci processi. Per la Cassazione "il fatto non sussiste" e la corte d’Appello ha stabilito che lo Stato dovrà dargli 140mila euro

Un detenuto (Foto di repertorio)

Firenze, 7 giugno 2024 – Mille giorni di detenzione, dieci processi in dodici anni, di cui quattro in Cassazione, dove ha sempre vinto. La storia di Mario (nome di fantasia), un operaio edile fiorentino di 60 anni, inizia dodici anni fa, quando viene accusato di violenze sessuali plurime nei confronti delle figlie minorenni di otto e quattro anni. Accuse gravissime, mosse dalla moglie, dalle quali prende vita un’odissea giudiziaria che vedrà la celebrazione di ben sette processi di merito e tre per l’ingiusta detenzione.

Le indagini preliminari, nel 2014, vengono affidate alla pm Ornella Galeotti e, con rito abbreviato, l’uomo – difeso dagli avvocati Gianluca Gambogi e Carlotta Corsani – viene condannato in primo grado a sette anni e sei mesi di reclusione, oltre alle pene accessorie e al risarcimento dei danni nei confronti della moglie (sia in proprio, sia in qualità di madre delle due figlie). La pena viene ridotta a cinque anni in appello, e nel maggio del 2015 c’è l’annullamento in Cassazione della sentenza di secondo grado.

Poi segue una nuova condanna in appello e, ancora, un nuovo annullamento della Suprema corte in accoglimento del ricorso della difesa, per illogicità della sentenza impugnata che non sarebbe stata coerente con la valutazione delle prove.

Il ping pong tra aule di tribunale e corti, porta quindi l’uomo di nuovo di fronte ai giudici di secondo grado, che decidono di riaprire l’istruttoria per ascoltare la testimonianza della madre delle piccole.

La procura generale di Firenze e le parti civili richiedono la conferma della condanna, ma l’audizione della madre non convince i giudici che, nel febbraio 2020, assolvono l’uomo con la formula del "fatto non sussiste".

Qui si apre un nuovo capitolo: la procura generale propone ricorso per Cassazione (chiamata a decidere sul caso per la terza volta), che nel 2021 conferma l’assoluzione definitiva. A questo punto dopo oltre mille giorni di carcere, l’operaio presenta domanda di riparazione per ingiusta detenzione. La corte d’appello, stavolta in sede civile, con ordinanza depositata nel maggio 2023, respinge la richiesta ritenendo che l’uomo, al momento dell’interrogatorio di garanzia, non avesse contraddetto in maniera adeguata le accuse e che fosse un suo onere farlo. Gli avvocati decidono quindi di impugnare la decisione in Cassazione, che per la quarta volta dà ragione all’uomo, accoglie il ricorso e dispone un nuovo processo d’appello.

La corte di appello applicando il principio della Cassazione, come atto finale, condanna il Ministero dell’Economia a risarcire l’operaio edile con 140mila euro di indennizzo, oltre al pagamento delle spese processuali per tutta la durata del processo per ingiusta detenzione. "I giudici della Suprema Corte - spiega l’avvocato Gambogi - stabiliscono un principio di fondamentale importanza per la tutela di tutti i diritti soggettivi dei cittadini e cioè che le risposte a un interrogatorio o il silenzio sono facoltà assoluta dell’imputato che attiene al diritto di difesa e che non può incidere in alcun caso al diritto di riparazione dell’ingiusta detenzione".