CLAUDIO
Cronaca

Santucce, una storia lunga cinquecento anni. Laiche di fede, divise tra clausura e vita sociale

Pioniere del femminismo cattolico, monasteri in metà provincia. L’epopea delle "Signore di Santa Croce", fuga nel tempo tra le mura .

Pioniere del femminismo cattolico, monasteri in metà provincia. L’epopea delle "Signore di Santa Croce", fuga nel tempo tra le mura .

Pioniere del femminismo cattolico, monasteri in metà provincia. L’epopea delle "Signore di Santa Croce", fuga nel tempo tra le mura .

SantoriTutti sanno che col termine "beghina" (forse derivato dal fiammingo "beghen": pregare o elemosinare) si intende, fin dai tempi del Concilio di Vienna indetto dal papa Clemente V il 16 ottobre 1311, una donna bigotta, ottusa, mentalmente chiusa; quello che non tutti sanno è che di un movimento beghinale si comincia a parlare nelle Fiandre nel Duecento con successiva diffusione in tutta Europa ed anche, sia pure in misura minore, in Italia. Dappertutto nascono i "beghinaggi" dove si riuniscono le "beghine" appunto, donne laiche che fanno vita comune con voto privato di povertà e castità, ma non sono tenute all’obbedienza al vescovo locale e sono libere, volendo, di ritornare alle rispettive famiglie. "Si tratta - spiega Ivo Biagianti- di una sorta di fraternite laicali femminili, dedite alla preghiera, alla castità e all’umiltà che inizialmente non facevano riferimento ad un ordine religioso preesistente o ad una nuova regola monastica, ma si ispiravano alla regola dei benedettini, pur senza prendere il velo, pronunciare voti solenni e la clausura, salvo il pronunciamento spontaneo del voto di castità e obbedienza alla chiesa".

Il fenomeno, si è detto, si afferma in misura minore anche in Italia ed ora, grazie alla felice e appassionata ricerca di Maria Chiara Milighetti (brillante studiosa aretina, addottorata in matematica e filosofia, docente nel Liceo Classico Petrarca) abbiamo la focalizzazione della storia e della funzione delle cosiddette "Santucce" che a Castiglion Fiorentino, oltre che a Cortona, ad Arezzo e a Sansepolcro fondano uno dei monasteri più importanti dell’Italia Centrale. Il libro della Milighetti (pubblicato da Prometheus di Milano, editore sempre attento alla valorizzazione e diffusione della cultura in Arezzo e nell’aretino) si intitola "La croce e il pastorale" con allusione al fatto che le "beghine" o "bizzocchere" o "pinzochere" castiglionesi erano dette "Santucce" dal nome della semi leggendaria fondatrice dell’"Ordo Santucciarum": Santuccia Tarabotti o Carabotti di Gubbio, molto vicina alle "beghine" d’oltralpe e rappresentata in contemplazione della croce con in mano appunto il pastorale in quanto posta sotto la protezione di un cardinale delegato dal papa, e quindi, almeno fino al Concilio di Trento, indipendente con la sua comunità dalla gerarchia episcopale locale.

Ecco dunque che nel 1234 si insediano nei pressi di Castiglion Fiorentino, più precisamente a Cozzano, alcune monache provenienti dal monastero aretino di Santa Croce le quali un poco più tardi, intorno al 1260, per ragioni di sicurezza vengono trasferite all’interno della cinta muraria, nei locali di via Piana accanto all’ospedale, a tutti noti ancor oggi come le "Santucce", dove rimarranno per quasi cinque secoli fino alla soppressione napoleonica dei conventi nel 1808. "Le Santucciane - spiega Milighetti- possono considerarsi a ragione le prime ‘femministe’ ante litteram perché … l’ordine è centralizzato e dipende direttamente dalla Santa Sede. A capo dell’ordine stesso è un’abbadessa, o ‘generalessa’ … un vero e proprio pastore di anime, un vescovo per intenderci.

Il ruolo della fondatrice è in definitiva la cura delle anime così come la fondazione di monasteri, con uno sguardo alla croce e al martirio di Cristo, il Buon pastore". Milighetti dipana la storia delle "Santucce" dalle affascinanti "Signore di Santa Croce" di Arezzo" (attestate in un monastero costruito nei pressi di un preesistente tempio pagano vicino all’attuale Fonte Veneziana) alle religiose che da Cozzano si trasferiscono dentro le mura di Castiglion Fiorentino, citando altre santucciane celebri succedutesi nei secoli alla fondatrice, come l’aretina Filippa Guidoni e la fiorentina Maria Caterina Costante Tanfani, morta appunto a Castiglion Fiorentino in odore di santità il 12 gennaio 1741.

L’autrice documenta la perdita dell’autonomia delle "Santucce" dal rientro, a seguito del Concilio di Trento, sotto l’autorità dell’episcopato locale, al passaggio da monastero a conservatorio, fino alla soppressione del 1808. Un capitolo di particolare suggestione (Sant’Orsola: una santa bretone a Castiglion Fiorentino?) è dedicato all’analisi delle ipotesi relative alla presenza nella Pinacoteca Comunale del busto reliquiario di Sant’Orsola, che presenta i tipici tratti nordici delle chiome bionde sparse sulle spalle: testimonianza, si chiede l’autrice, di un recondito e misterioso legame tra mondo nordico e Toscana? Le "Santucce" tenevano un educandato dove ospitavano fanciulle cui insegnare a leggere scrivere e far di conto, nello spirito originario della coltivazione dei lavori muliebri e dell’assistenza ai malati, ma con l’intento di fondo di avviare le fanciulle alla vita religiosa.

Al contrario Pietro Leopoldo col Motu Proprio del 1785 trasformò il monastero in conservatorio, ossia educandato laico del quale la Milighetti mette in luce la "modernità" e la portata rivoluzionaria: dava infatti alle monache l’opportunità di scegliere fra la vita di clausura e l’impiego sociale e civile, il che le riconduceva allo stato laicale di oblate rendendo libere quelle che avevano subito una vocazione forzata. Di fatto Pietro Leopoldo aggiungeva una medaglia ai meriti storici del buon governo lorenese, ponendo un argine al fenomeno delle monacazioni forzate cui nei secoli XVII e XVIII le famiglie nobili ricorrevano per evitare la frammentazione del patrimonio, pratica drammaticamente e magistralmente evocata nel manzoniano episodio della "Monaca di Monza". Abile anche col pennello, non meno che con la penna, la Milighetti ha disegnato a china e matita, per la copertina del libro, la Chiesa delle "Santucce" di Castiglion Fiorentino.