Addio a don Ivan Marconi. La sua mediazione e la pistola puntata nel sequestro Del Tongo

Il parroco di San Pietro e Paolo nella trattativa da 2 miliardi con i banditi nel 1980

Don Ivan Marconi in una foto recente alla Marchionna

Don Ivan Marconi in una foto recente alla Marchionna

Arezzo, 18 giugno 2024 – “Un libro sulla mia vita ti andrebbe di scriverlo?" Don Ivan Marconi lo aveva chiesto con un sussurro dal letto di ospedale, ad uno dei tanti amici che da anni lo circondano. "Ma ho paura di non fare in tempo". Il tempo lo ha tradito. È morto nel bosco di Gargonza, nella casa di riposo Santa Maria Maddalena, lui che era uscito vivo dal contatto con l’Anonima Sarda in un altro bosco, sulla Futa. Era il marzo 1980: il rapimento di Francesco Del Tongo, un bambino di 9 anni, portato via dai banditi mentre andava a scuola, nel breve tratto da casa sua, in via Salvadori, alle elementari di via Capponi. Rapito per cento giorni, nei quali sarebbero stati don Ivan e don Franco Bindi, scomparso da qualche anno, a condurre una trattativa finita con un riscatto di due miliardi di vecchie lire. Portati sulla Futa dai due sacerdoti in 126 bianca.

Don Ivan si è spento nella casa di riposo savinese a 88 anni. In testa la chioma di sempre, non più scura come un tempo ma di color argento. E la nostalgia della sua gente, i parrocchiani di San Pietro e Paolo ma anche quelli di Corezzo, di Indicatore e delle mille chiese che aveva guidato. Quel contatto con i Del Tongo era diventato un’amicizia vera, con loro, con Beppe Saronni e tanti altri. Alle messe che contavano la famiglia voleva solo lui: la famiglia dei mobilieri intorno ai quali era cresciuto il boom aretino, ferita allora nelle sue certezze e nei suoi affetti. Fino a quella notte sulla Futa.

"La pistola puntata alla tempia, ancora ricordo il freddo di quella canna, noi bendati e loro mascherati, davanti ai fari accesi delle auto". Un racconto che nel tempo ha dispiegato tante volte, senza mai cambiare un particolare. Fino all’epilogo. Era stato proprio lui a prendere la telefonata di quel bimbo di cui, anni dopo, avrebbe celebrato il matrimonio. Lo avevano lasciato a San Gimignano, lo raggiunse sulla 126 per riportarlo a casa, in quel giugno 1980. Da allora Ivan Marconi ha proseguito la sua missione, parroco fino al febbraio 2020, quando fu costretto a lasciare la Marchionna.

La grinta e il polso d’acciaio di sempre. Nel 2019 due ladri gli entrarono in canonica, sicuri di fare un colpo da ragazzi. Grave errore: li prese alle spalle, una spinta al più vicino, un calcio all’altro, poi la fuga dei due. "Tranquillo – li aveva sentiti sussurrare – il prete non c’è". No, il prete c’era: una roccia per tutti i suoi parrocchiani.

Domani lo saluteranno alle 16, nella cappella della Madonna del Conforto: sarà il vescovo Andrea Migliavacca a celebrare i funerali, davanti ai nipoti, alla sorella, e alla famiglia allargata dei suoi anni da parroco. Arriveranno anche da Corezzo: alla sagra del tortello ogni volontario lavorava con la maglia azzurra e il nome sulle spalle. Sulla sua c’era scritto don Ivan: no, davvero non c’era bisogno di altro.