
Moda, frenata di un settore portante. Ma l’export cala meno che in Toscana
Se non ci fosse l’oro sarebbe il forziere dell’economia aretina. È la moda, il trampolino che negli anni ha fatto lievitare l’occupazione aretina, in particolare aprendo le porte delle aziende, finalmente, a tante donne. Ma l’oro c’è e brilla di luce propria. Nell’altalena tra il metallo grezzo, bene di rifugio e la gioielleria alza le vele al vento non impetuoso dell’economia 2024. Nel caso dei monili, con un export più che raddoppiato nel primo trimestre. Ma la moda? Segna una stagione di affanno, anche se tutta da interpretare. I dati qui a fianco. Il calo complessivo di export è del 2,2%: se fosse un partito si parlerebbe di tenuta ma nelle imprese i numeri contano. Tuttavia, niente più di una frenata, sopratutto se si confrontano con quanto accade a livello regionale. La frenata nelle altre zone forti della moda somiglia a un vero scivolone, che a seconda dei settori si misura con cali dal 5 al 9%. Insomma, il gigante aretino in tutti i campi barcolla ma non molla. Certo, la flessione c’è. È corposa nelle pelletterie, con un calo a doppia cifra. C’è in tono minore per le calzature, pur se si riduce il numero di aziende. Non c’è, invece, nel tessile e nell’abbigliamento, dove l’aumento si avvicina al 9%. Aumento rispetto a cosa? I preziosi dati messi a disposizione dalla Camera di Commercio mettono in bilancia il primo trimestre 2024 e il primo 2023 e sono cifre attraverso le quali passa anche una frenata un pò più forte nel mondo del lavoro. Perchè le aziende perdono il 5% del totale e gli addetti poco meno. Un’emorragia nella quale dovremmo però andare ancora più a fondo, perchè nel tempo la moda, seguendo l’indole naturale del settore, ha cambiato pelle, nel fuoco incrociato della concorrenza internazionale e dei paesi in via di sviluppo, favoriti da un costo del lavoro inferiore. Morale? Un ridimensionamento delle imprese di maglieria e abbigliamento ed in misura più contenuta di pelle e calzature. Eppure resta un settore strategico, forte di uno dei due distretti dell’economia aretina: storicamente il primo per occupati e il secondo per aziende. Un quadro che nel tempo si è andato arricchendo con le griffes. In Valdarno Prada è il pianeta di riferimento di mille satelliti, le aziende contoterziste e da qualche stagione la produzione per altri marchi internazionali è andata allargandosi a nomi famosi, Dolce Gabbana, Gucci, Vuitton. Non solo: in provincia operano anche importanti aziende per bambini, da Miniconf a Monnalisa e quelle di radici locali e respiro internazionale, come il Panno del Casentino. Detto questo, i segnali e gli scricchiolii ci sono. Un esempio è il raffronto con il 2019 e coi mesi che hanno preceduto la pandemia. Un raffronto fatto a spanne, come spesso lavoravano i vecchi sarti: prendendo i nove mesi da gennaio a settembre 2019 e mettendoli in bilancia con il primo trimestre 2024 spalmato sullo stesso periodo. Quindi una stima prima ancora di un dato. Tuttavia indicativo: segnala che l’export è sotto i numeri di quell’anno che fa da crinale tra come eravamo e come siamo. Normale? Non del tutto: proprio l’oro ha superato nettamente il livello delle esportazioni, lasciandosi definitivamente alle spalle la stagione Covid. La sfida è di rilanciare da un blocco di partenza problematico: il calo dei consumi interni, la frenata della domanda internazionale per le guerre vicine, l’estensione del mercato che attraverso la vendita a distanza è diventato ormai un ring infinito. E l’impoverimento di quelle fasce di popolazione che sostenevano il prodotto di medio livello, buona fetta del mercato di allora. C’è poi il ricambio generazionale: i figli non seguono i padri e la parabola di tante aziende si è spenta insieme alla memoria di un’arte di famiglia.