Fruganti porta in cattedra la legge: "È una garanzia, non una trappola"

Il giudice di lungo corso parla oggi agli studenti dell’Itis: "Forma di condivisione oltre l’obbedienza"

Parte da una domanda irrisolta l’incontro di oggi tra il giudice Gianni Fruganti (nella foto) e i ragazzi dell’Itis, per la Scuola di educazione civica organizzata dall’associazione Tra Tevere e Arno: "Legalità, garanzia o trappola?" ne parlerà chi della giustizia ha fatto una ragione di vita. Gianni Fruganti è stato presidente facente funzioni del tribunale di Arezzo, ex presidente della sezione penale, nonché presidente del collegio che ha assolto quasi tutti gli imputati eccellenti del processo sul crac di Banca Etruria.

Protagonista in 34 anni di lavoro ad Arezzo, di tanti casi da prima pagina, solo per citarne alcuni l’interrogatorio di garanzia da Gip della brigatista rossa Nadia Lioce, una degli assassini dell’agente Emanuele Petri e l’ordinanza di custodia cautelare per i moschettieri del mattone: fu il debutto di Variantopoli nel 2004, quasi vent’anni fa. È stato anche primo magistrato della Giostra del Saracino.

Fruganti, qual è l’obiettivo di questo incontro?

"Voglio spiegare ai ragazzi il concetto di legalità secondo un’impostazione moderna, contro il rischio di concepirla come una clava solo nel rispetto della legge. Obbedire e basta era la concezione classica di matrice pre Rivoluzione Francese. A quei tempi il principio di legalità serviva come garanzia per il cittadino di sapere quale fosse la sua possibilità di fare e non fare. La legalità è il presidio primo della libertà, diceva Calamandrei. Questo in funzione della libertà di tutti e dell’indirizzo politico che si intende perseguire. In mancanza di questa area, c’era l’arbitrio".

Qual è il rischio di questa impostazione classica?

"È che lasci fuori il contenuto della legge, secondo il concetto: io legislatore posso fare qualsiasi legge, tu devi obbedire e basta. Si impone invece una visione, una sensibilità più moderna di legalità, che arriva alla fonte di produzione della norma".

Su cosa si fonda l’obbligo di rispettare le leggi?

"Sulla condivisione profonda della loro funzione, e non sul timore della sanzione. Il sacrificio che si chiede ai cittadini è funzionale alla pacifica esistenza di tutti".

E se questo non bastasse?

"Se questo motore non funziona bene si dà un rinforzo, che è la sanzione. Questo non avviene negli stati assoluti che si fondono sulla paura della sanzione. Una legalità vera rivela la condivisione del progetto, più è partecipato e più la funzione della legge è accettata (chi oggi è minoranza può diventare maggioranza e cambiare la legge).

Un percorso nei meandri della legalità. A cosa serve?

"Per far capire che solo in uno Stato che garantisce ai cittadini le libertà fondamentali e quindi garantisce alle minoranze di poter esplicitare le proprie idee e di poter concorrere ad armi pari alla realizzazione delle leggi, si può parlare di legalità sostanziale: il concetto più moderno".

Bisogna cambiare prospettiva, insomma.

"La legalità non è solo una clava, per dire ubbidisci e basta. Il cittadino ha diritti che devono essere tutelati. Come ci si comporta di fronte alla legge che si ritiene ingiusta? Si reagisce con l’impegno politico, perché la legalità democratica va ben oltre il semplice rispetto della legge. E dobbiamo guardare anche all’ipotesi della disobbedienza civile. Penso al caso Cappato legato alla vicenda di dj Fabo".