Figlia dimenticata in auto e morta, Pm: solo amnesia. Così la mattina della tragedia

La Procura chiede al Gip di archiviare le accuse alla mamma. "Caso esemplare di mancanza di coscienza e volontà. Era convinta di averla portata in asilo". La scoperta dallo specchietto retrovisore

I soccorsi in auto

rilievi

Arezzo, 31 gennaio 2018 - Si era costruita una realtà parallela: che come un vetro è andata in frantumi solo quando per caso ha lanciato uno sguardo nello specchietto retrovisore. E ha incrociato il volto della sua bimba, Tamara, rimasta in auto, legata al seggiolino e ormai senza vita. E per quella realtà parallela, frutto di una maledetta ‘amnesia dissociativa’, non può essere mandata a giudizio, neanche per omicidio colposo. Neanche per essersi dimenticata la sua piccola di 16 mesi in macchina, sotto il sole. Fino a farla morire.

E’ lo stesso Pm Andrea Claudiani, in perfetto accordo con il procuratore capo Roberto Rossi, a chiedere l’archiviazione del caso. No, Ilaria Naldini, la mamma disperata di quella mattina di Castelfranco di Sopra (Arezzo), si porterà dietro per tutta la vita il senso di colpa di quelle sei ore di giugno: ma non sarà il giudice a punirla, sempre che il Gip accolga la richiesta di archiviazione.

Amnesia dissociativa: in pratica la convinzione profonda di aver fatto lo stesso giro di tutti i giorni, averla accompagnata all’asilo e solo dopo essere andata a lavorare in Comune. Il Comune di Piandiscò, uno di quelli nei quali ruotava per mestiere. In perfetta buona fede, senza la minima volontà di far succedere quella tragedia. Tanto che, ed è la stessa ricostruzione della Procura a confermarlo, quella mattina ha risposto tante volte che Tamara stava bene ed era all’asilo.

Di più: ha intrecciato un dialogo con una collega proprio sui servizi di quella scuola alla quale era convintissima di aver lasciato la bambina. Tutto normale, tutto come ogni giorno: come se una cimosa fosse passata a cancellarne la realtà. Il linguaggio tecnico è asciutto ma stringente. «Nell’arco di poche ore la rappresentazione cosciente di Tamara si eclissa dalla sua mente», causando «una patologica alterazione transitoria della coscienza».

Ma al di là delle parole c’è la ricostruzione drammatica del quotidiano: tranquillo, lì oltre il vetro, ma come sul filo di un dirupo, nel quale rischi di scivolare quando meno te lo aspetti. E’la mattina del 7 giugno, pochi minuti alle 8. La donna esce con la piccola, la lega al seggiolino posteriore sul lato destro. A Terranuova, dove vivono, a poche centinaia di metri dal nido. Ma va dritto, prosegue per il luogo di lavoro. Forse con una variante che inavvertitamente la aiuta a sbagliare. Riceve un sms dal sindaco di Castelfranco che la invita a passare prima da lui per una questione di ufficio.

Lei risponde che lo avrebbe fatto subito, anche se quella risposta la cancellerà dalla memoria, un po’ come il resto. Avvia la macchina, parcheggia nella piazza di Castelfranco, sale in Comune. La bambina resta in auto, non la vede. Lavora, dialoga, generosa come la descrive chiunque la conosca bene, senza mai risparmiarsi. Alle 14.10 esce dall’ufficio, sale in macchina per correre a riprendere la piccola, per lei tranquillamente all’asilo. Alza lo sguardo, incrocia lo specchietto retrovisore, caccia un urlo. Un urlo disperato, chiede aiuto, apre le portiere, segue sconvolta i tentativi di rianimazione.

Il vetro è andato in pezzi, la realtà si ricompone: ed è lacerante come una coltellata. Fino a quel momento era stata condotta «da meri automatismi radicalmente separati dalla sfera cosciente della donna». Il procuratore ne parla come un caso esemplare di «mancanza di coscienza e volontà». Anzi, trova perfino spazio per esaltarne il carattere, la passione, quelle che raramente trovano spazio in un atto giudiziario. Lui non ha dubbi, quella donna la «assolve»: e forse, sotto sotto, fuori degli abiti giudiziari, pare quasi invitarla ad assolvere se stessa.