Carcere (foto di repertorio)
Carcere (foto di repertorio)

Perugia, 29 gennaio 2019 -  Una bomboletta di gas avvolta in una maglietta incendiata, lanciata nel corridoio del primo piano del carcere di Perugia. Le fiamme si sono spente in pochi istanti e, per fortuna, si è evitato il peggio. Certo è che sabato sera a Capanne si sono vissuti momenti a altissima tensione. È Fabrizio Bonino, segretario nazionale per l’Umbria del Sappe, a raccontare la “rivolta”: «Verso le 22 di sabato quattro detenuti, due di nazionalità albanese e due di etnia maghrebina, hanno inscenato una manifestazione di protesta all’interno del primo piano del reparto penale, dapprima desistendo al rientro nelle proprie celle e successivamente creando disordini e schiamazzi minacciando alcuni agenti di polizia penitenziaria per un altro episodio messo in atto da un detenuto facinoroso alcune sere fa». Quindi, la maglietta incendiata gettata nel corridoio.

La situazione in carcere a Perugia, come negli altri istituti di pena umbri, è al limite del collasso. Da mesi, ormai i sindacati degli agenti di polizia penitenziaria denunciano quella che si va prefigurando come un’emergenza. «Credo si stia scrivendo la pagina più brutta dell’amministrazione penitenziaria in Umbria degli ultimi venticinque anni», sottolinea Bonino. Il problema è quello che il Sappe sottolinea da tempo e riguarda gli organici. Prima del 2017 (ovvero prima della riforma Madia che ha operato un “taglio verticale” sul personale del pubblico impiego), la polizia penitenziaria contava 1.050 agenti. Ora sulla carta dovrebbero essere 850, ma in realtà ce n’è qualcuno in meno. «Solo una considerazione per far capire la situazione. Nel 2017, prima della riforma Madia, le carenze di organico nelle carceri umbre, si attestavano intorno ai cento agenti. Poi, appunto, è intervenuta la riforma che di fatto ha tagliato le piante organiche degli uffici pubblici, considerando anche il carcere alla stregua di un qualunque ufficio dove si sbrigano pratiche. Così, per paradosso adesso siamo quasi in regola il numero degli agenti. Ma è una situazione allarmante. È a rischio la sicurezza, del personale e degli stessi detenuti. Per non parlare poi della funzione rieducativa, che viene completamente tralasciata. E pensare che fino a alcuni anni fa l’Umbria era un’isola felice...».

Le carceri nella regione sono quattro, ognuna con una sua particolarità per tipologia di detenuti che ospita. A Perugia, a esempio, sono numerosissimi gli stranieri, la stragrande maggioranza. A Terni ci sono detenuti al 41 bis e in Alta sicurezza. Stesso discorso per Maiano a Spoleto. «Per capire la situazione faccio un esempio lampante – conclude Bonino –: Orvieto sarebbe un carcere a custodia attenuata. Ecco, la metà dei detenuti è di origine straniera».

Annalisa Angelici