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9 nov 2019

Il violoncello? Senza frontiere, parola di Giovanni Sollima

L'intreprete sarà agli Amici della Musica con Avi Avital dopo l'uscita del disco "Natural Songbook"

9 nov 2019
michele manzotti
Giovanni Sollima (foto Francesco Prandoni)
Giovanni Sollima (foto Francesco Prandoni)
Giovanni Sollima (foto Francesco Prandoni)
Giovanni Sollima (foto Francesco Prandoni)

Firenze, 10 novembre 2019 - Un colloquio con Giovanni Sollima, violoncellista italiano il cui lavoro lo ha portato sulla scena internazionale, va oltre l'appuntamento che lo vede protagonista a Firenze. Con lui ci sarà il mandolinista israeliano Avi Avital lunedì 11 novembre per la stagione degli Amici della Musica (Saloncino della Pergola, ore 21, www.amicimusicafirenze.it) in un repertorio dalla musica antica fino a quella popolare. Il caso ha voluto che il concerto arrivasse in concomitanza con l'uscita del cd "Natural Songbook" per la Warner. Un album pieno di spunti e di musica originale che suscita curiosità per come è stato concepito

Ascoltando il disco si nota il suo interesse per la natura e per la musica popolare al tempo stesso.

«Ci sono entrambe le cose. Non c'è una pura contemplazione dei luoghi che non mi ha mai attratto più di tanto. Seguire il canto popolare non vuol dire sentire solo il canto in se stesso, ma una traccia, una linea melodica. Non è nemmeno una ricerca, ma un fatto spontaneo. In pratica è una musica che nasce viaggiando: quando vado in giro per lavoro cerco i suoni del luogo piuttosto che un museo o il cibo tipico. I canti popolari che imparo sono quelli che a loro volta sono imparati dagli abitanti di quel luogo: non c'è un autore ma ce ne sono milioni. E' un linguaggio che si sviluppa nel tempo ma che mantiene un'identità forte. Da siciliano inoltre ho viaggiato tantissimo pur rimanendo della mia isola, perchè attingevo tutte le culture. Tutto questo per dire che la natura ha a vedere con i luoghi e l'attività umana. Ad esempio il ghiaccio e il violoncello fatto con questo materiale ci raccontano lo stato del clima, anche in seguito al comportamento dell'uomo. La trasformazione continua del modo naturale è stata trasportata nei miei brani che non ho messo in notazione, ma con una codifica diversa».

Lei ha citato il violoncello di ghiaccio protagonista dei brani N-Ice. Come nasce questo strumento e su disco ascoltiamo proprio il suo suono?

«Si il suono è quello. L'idea è merito di Tim Linhart, statunitense che vive da tempo in Val Senales e che cura il festival Ice Music insieme al norvegese Terje Isunget. E' un profondo conoscitore di questo materiale, costruendo con esso strumenti che fa eseguire in un igloo (c'è anche un organo oltre agli strumenti ad arco come violino e violoncello). Corde e manico sono fatti con materiali tradizionali mentre la parte tradizionalmente di legno è costruita secondo una vera e propria tecnica di liuteria della neve con vari tipi di componenti (neve solidificata, ghiaccio scolpito). Colpisce molto il tipo di risonanza, tra l'altro il peso che hanno le corde in tensione equivale a 70/80 chili e basta una piccola crepa per creare dei problemi. Lo scorso anno abbiamo portato questo strumento in tour da Trento a Palermo: utilizzammo due furgoncini con sacchi di neve e ghiaccio per mantenere la temperatura a -25. Abbiamo filmato tutto per raccontare questo viaggio particolare in Dvd. L'incisione è stata fatta a Palermo suonandolo in una bolla a -12. Il giorno dopo l'ho restituito alla natura, in mare».

Nel disco ci sono tante citazioni e c'è anche un omaggio a Woody Allen, precisamente al personaggio di Virgil, protagonista di “Prendi i soldi e scappa”

«Sin da ragazzo il film mi aveva entusiasmato: suonando il violoncello ero affascinato da Virgil che con questo strumento produceva suoni immondi ma al tempo stesso era così appassionato da far commuovere il pubblico. Nel disco ho voluto fare ascoltare il violoncello a 360°: c'è ad esempio la vecchia prassi della trascrizione dei brani pianistici tutta ottocentesca e del primo Novecento dagli andamenti improbabili, c'è il barocco, ma anche aspetti ludici fatti per sciogliere la tensione. Non ci sarà il violoncello a cinque corde, di cui sono entrato in possesso dopo la fine della registrazione e che userò presto in concerto. Suono però con diversi archi (come quelli alla francese per il barocco o per strumenti folk tipici dei balcani) e diversi tipi di corde. In pratica esploro le varie configurazioni che ci possono essere con lo strumento, anche tecniche tipiche della viola da gamba che i violoncellisti in Francia fino al settecento e in questo caso la tecnica è differente. 

Lei sarà sul palco con Avi Avital, un mandolinista che torna agli Amici della Musica. Come sarà questo incrocio di corde?

«Con Avi ci conosciamo da anni. Lanciando l'idea di fare qualcosa insieme ci siamo trovati con i nostri due strumenti e abbiamo capito che potevamo fare una lista di pezzi che era infinita, tornando al tema del folk e delle radici. Ci piaceva raccontare le nostre origini, diverse ma molto simili grazie agli aspetti musicali che si incontrano nel Mediterraneo. L'esordio della nostra collaborazione ci ha aiutati: non abbiamo voluto fare una scaletta, ma tante e possono mutare in base alle varie situazioni. L'abbiamo sperimentata la prima volta in occasione in un trekking di tre giorni sulle Dolomiti fatta a giugno. Camminavamo fermandoci in punti dove poi suonavamo, con noi c'era un gruppo di persone molto carine, che hanno visto crescere questo repertorio ma che hanno anche discusso con noi quali brani funzionavano meglio. Così ci è sembrato un modo ideale su come costruire un programma, ma anche su come non costruirlo troppo. Nelle musiche che facciamo insieme c'è anche la nostra sfera privata, ad esempio io faccio un brano di mio padre che compose all'età di 12 anni. Poi improvvisiamo molto, c'è la musica antica, c'è Domenico Scarlatti, un altro viaggiatore. Un programma nato da un'amicizia, in cui ci divertiamo e con il quale ci piace condividere insieme al pubblico la proposta dei brani in tempo reale».

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