Molti gli stranieri che vengono utilizzati per il lavoro nei campi (foto d’archivio)
Molti gli stranieri che vengono utilizzati per il lavoro nei campi (foto d’archivio)
di Laura Valdesi SIENA Era lei la persona che conosceva ogni dettaglio dell’amministrazione di un’azienda del grossetano accusata di aver sfruttato i braccianti. Operai stranieri che venivano impiegati in alcune delle più importanti aziende del Chianti, del Grossetano e della Valdorcia. Una testimone chiave per chiarire i contorni di una vicenda di presunto caporalato, a seguito della quale era anche scattato l’arresto per i titolari...

di Laura Valdesi

SIENA

Era lei la persona che conosceva ogni dettaglio dell’amministrazione di un’azienda del grossetano accusata di aver sfruttato i braccianti. Operai stranieri che venivano impiegati in alcune delle più importanti aziende del Chianti, del Grossetano e della Valdorcia. Una testimone chiave per chiarire i contorni di una vicenda di presunto caporalato, a seguito della quale era anche scattato l’arresto per i titolari dell’impresa nel 2017 con l’attività inizialmente affidata ad un amministratore giudiziale che ha terminato la sua opera ormai da tempo. Uno dei primi casi emersi dopo l’introduzione della nuova legge che inaspriva le pene, seguito dai carabinieri della compagnia di Poggibonsi coordinati dal pm Nicola Marini. Il magistrato era infatti ieri pomeriggio in aula per sostenere l’accusa, davanti al gup Ilaria Cornetti. Gli imputati – difesi dagli avvocati Daniele Bielli, Alessandro Bonasera e Roberto Bianchini del foro di Grosseto – hanno infatti chiesto di essere giudicati con rito abbreviato condizionato all’audizione della donna che si occupava appunto dell’amministrazione interna all’azienda. E’ rimasta sul banco dei testimoni due ore e mezzo, terminando quasi alle 17 quando l’udienza è stata rinviata per le conclusioni a febbraio. La donna ascoltata ieri ha potuto fornire nel dettaglio chiarimenti su pagamenti e visite mediche, sui corsi di formazione per gli operai agricoli, per esempio, avendo lavorato per otto anni per l’impresa dei fratelli ora imputati, unitamente a due capisquadra – un 55enne tunisino ed un iracheno – ed un presunto caporale che viveva a Radda. Da quanto emerso, gli addetti – giovanissimi afghani ma anche kosovari e africani – venivano pagati regolarmente. La retribuzione era quella loro dovuta con l’applicazione del contratto collettivo di riferimento. La testimone ha risposto a numerose domande del pm e anche del giudice, oltre che dei difensori i quali hanno prodotto una notevole quantità di documenti che dimostrerebbero come, in realtà, non si è in presenza di caporalato. Non ci sarebbe stata alcuna intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro nelle campagne. Ma si era anzi in presenza di una delle imprese migliori del settore.