L'operazione dei carabinieri
L'operazione dei carabinieri

Siena, 17 ottobre 2019 - Non è stata una giornata piacevole per Stefano Di Pace, colonnello dei Carabinieri. Lui, il regista delle lunghe indagini compiute dai militari di Siena e da una task force nella caserma di viale Bracci, avrebbe preferito aspettare prima di rivelare i dettagli di quell’inchiesta che ha spalancato le porte di diversi abissi a decine di adolescenti. E la chiave per precipitarvi dentro era il telefonino, l’amico inseparabile.

«Prima di tutto - è l’esordio del colonnello Di Pace - voglio sottolineare il coraggio e l’importanza della denuncia della mamma del tredicenne senese. E’ stata lei a farci scoprire il gruppo Whatsapp con quelle immagini virulente. Inutile descriverle ancora, erano pedopornografiche e inneggianti al nazismo, al razzismo e all’islamismo radicale. Quella madre non si è limitata a rimproverare il figlio, ma ha compiuto un atto civico, con la denuncia di quei video. Per questo noi continueremo a proteggerla non rivelando nulla che possa provocarle disagi o problemi».
Da lì è partita la trappola?
«Le indagini sono ancora in corso. Abbiamo creato un falso profilo di adolescente, non solo whatsapp, ma anche su Instagram, per entrare in quel gruppo. I due carabinieri che hanno monitorato da giugno a oggi i video e i post sono ancora scioccati, non immaginavano che si potesse avere una predilezione per l’orrore da parte di tanti ragazzi. L’esca ha funzionato».
L’atto finale sono state le perquisizioni dell’altra sera?
«Non è l’atto finale, noi continueremo a indagare. Quei 25 decreti di perquisizione ci hanno permesso di sequestrare cellulari, computer, chiavette con tanti video e messaggi che sono circolati in quel gruppo. Sono numeri significativi, non ci sono solo i 25 indagati, 19 dei quali minorenni. Ci sono altri sei ragazzi sui 13 anni che non possono essere indagati».
Quanti hanno aderito al gruppo ‘The shoah party’?
«In questi mesi almeno 300 ragazzi sono entrati. Alcuni sono usciti subito, spaventati per ciò che avevano visto. Altri sono stati redarguiti dai genitori e hanno abbandonato. Ma nessuno ha fatto denuncia come quella madre. Senza di lei non avremmo scoperto nulla».
Oltre ai tre indagati senesi, ci sono ragazzi da tutta Italia, dalla Val d’Aosta alla Calabria. Ma il quartier generale sembra essere a Rivoli, in Piemonte.
«Lì ci sono i due amministratori del gruppo, maggiorenni anche. Ma parliamo di un’età massima di 19 anni, anche se la differenza è fondamentale per la giustizia. E’ stata sfruttata la leva della curiosità, del passaparola. Probabilmente altri social hanno fatto luogo d’incontro. Stiamo ancora verificando le dinamiche all’interno del gruppo».
Cosa rischiano gli indagati?
«La domanda va fatta al procuratore distrettuale e a quello per i minori. La maggior parte dei ragazzi coinvolti è indagata per pedopornografia e reati di apologia. Il materiale sequestrato sarà una prova importante nel giudizio».
Qual è il contesto sociale in cui è andata in scena questa galleria degli orrori?
«Parliamo di famiglie normali, di figli di professionisti. Sono tutti incensurati. E il primo interrogativo che ci siamo posti è se avessero contezza di quello che rischiavano. In un mondo dove tutto è normale, non si capisce il confine tra lecito e illecito, tra una cosa che è reato e un’altra che non lo è. La violenza è ovunque, il limite tra quella virtuale e quella punibile è indefinito per troppi».
Esclusa la matrice islamico-terroristica, perché questa non è solo una ragazzata troppo violenta?
«Non c’è stato nessun tentativo di proselitismo, né coinvolgimenti di organizzazioni jihadiste. Ma la partecipazione a quella chat deve spaventare proprio perché è sembrata normale a quei ragazzi. Per questo bisogna ricominciare a dare risposte, a ridisegnare i limiti delle proprie azioni. E tocca a noi genitori aprire il lucchetto di questi nuovi diari che sono i telefonini, che non si limitano a pagine scritte e nascoste, ma spalancano troppe porte spaventose. Non c’è una ricetta per controllare i figli. Ma far capire loro che rischiano di iniziare la loro vita con la fedina penale macchiata può essere un deterrente».
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