REDAZIONE PRATO

Marco Romagnoli debutta come giallista con "L'imprenditore assassinato" ambientato nella Prato del 1960

Un romanzo che esplora la Prato degli anni '60, tra crescita industriale e dinamiche sociali, attraverso un avvincente giallo.

Ex sindaco di Prato, esperto di economia delle piccole e medie imprese

Ex sindaco di Prato, esperto di economia delle piccole e medie imprese

Marco Romagnoli, ex sindaco di Prato, non solo studioso della nostra economia, non solo acuto osservatore politico, ma anche giallista. E’ uscito in questi giorni il suo primo romanzo "L’imprenditore assassinato. Indagine nella Prato del 1960".

Come è nata la passione per questo genere, l’idea del libro e il progetto? "Sono un accanito lettore, in particolare di romanzi gialli di autori scandinavi e mediterranei attenti al contesto sociale in cui si collocano le vicende criminali. Il libro nasce da una sfida di mia moglie, mentre eravamo in viaggio mi chiese perché non avessi mai scritto un giallo, visto quanti ne avevo letti. Reagii con un certo fastidio, non capivo perché da lettore avrei dovuto diventare scrittore, però quando arrivammo a destinazione avevo già in testa la trama. Potenza del pensiero laterale".

Un libro accattivante per chi ama i gialli e per chi è innamorato di Prato. Perché il libro trasuda di odori, immagini, parole, situazioni che immergono il lettore in uno scenario unico al mondo.

"L’intenzione era proprio questa, far rivivere e far conoscere la Prato del grande sviluppo, con tanti problemi ma con una crescita tumultuosa dell’industria e della popolazione. Si pensi che la città passò da 70.000 abitanti del 1950 a 100.000 nel 1959, gli occupati nel tessile da 21.000 a 41.000. Ci si lamentava dell’invasione degli immigrati, i ‘marrocchini’, e del traffico, mentre la costruzione di stanzoni e abitazioni dilagava. Una città frenetica, con una ricchezza diffusa, grazie alle tante opportunità e ai molti sacrifici".

Personaggi dipinti col pennello d’autore. Zolfino, il commissario Mutoli, l’imprenditore Pratesi, il circolo. Nostalgia? "L’ho confessato, c’è una punta di nostalgia per un mondo scomparso, perché, con tutti i difetti possibili, era il mio mondo, la mia gente: onesta, operosa, altruista, con ancora tanti analfabeti e un po’ di boria, che non nascondeva l’orgoglio per il lavoro e i risultati raggiunti. Tanta voglia di stare insieme, luoghi di socializzazione per tutti, una cultura del lavoro che permeava ogni luogo, ma con ancora fortemente presente l’origine contadina".

E poi c’è la politica. E non poteva mancare. I lavoratori accusati di avercela coi padroni... il Pci che guida la città. Ma tutto sommato una grande comunità che andava avanti insieme per un benessere stratificato, ma comunque distribuito.

"La sinistra al governo dette prova di grande capacità di affrontare i problemi. Una cosa che mi ha sempre colpito è il fatto che nonostante l’asprezza dello scontro politico non si trovano posizioni settarie e ideologiche, ma la preoccupazione di fare il bene di tutta la città".

Un periodo duro, ma con grande fiducia nel futuro scrive relativamente a quel 1960. C’è ancora quella fiducia? "Non c’è, ma dovrebbe esserci. Il mondo è cambiato, ma è oggettivamente migliore per il livello di benessere e di progresso raggiunto. Prato è ancora ricca, progredita, con possibilità di ulteriore sviluppo. Si sconta però l’effetto di una lunga e dura crisi, di una rottura di quel patto non scritto tra popolazione e industria, che assicurava lavoro e benessere. La caratteristica di mettersi tutti ad un tavolo per discutere i problemi e cercare le soluzioni, si è necessariamente indebolita. Da qui si dovrebbe ripartire, le risorse, le capacità ci sono, la mia fiducia nei pratesi è immutata".

Luigi Caroppo