Un ospedale (foto repertorio)
Un ospedale (foto repertorio)

Prato, 23 ottobre 2019 - Un malato di 79 anni lasciato in barella, al pronto soccorso, senza mangiare per ben 29 ore. La storia ha come protagonista un anziano, malato di tumore al polmone e con diverse metastasi già presenti nel corpo. A raccontare quanto accaduto all’uomo è la nipote, C.B., le sue iniziali, che si sfoga contattando La Nazione per un trattamento che, parole sue, «non pensava di poter vedere mai usato nei confronti di un malato». Tutto, secondo quanto racconta, ha inizio alle 14,30 di domenica scorsa. «Dopo pranzo mio nonno era come assente e aveva le gambe e i piedi molto gonfi - scrive la nipote - Abbiamo chiamato l’ambulanza e comunicato il quadro clinico, dopo di che mio nonno è stato portato al pronto soccorso dell’ospedale di Prato».

L’uomo ha varcato la soglia del Santo Stefano alle 14,30, poi, secondo il racconto della ragazza, «è stato abbandonato sulla barella nel caos che caratterizza il pronto soccorso ormai da tempo». L’attesa si protrae per tutto il pomeriggio. «Alle 19 ancora nessuno ci aveva chiamato. Allora mio padre si intrufola in corsia per vedere come sta - prosegue nel racconto - e il nonno gli dice di avere sete, di avere chiesto l’acqua e di essersi sentito rispondere che l’ospedale non è un bar». Per fortuna dopo «poco lo portano a fare una radiografia». Ma l’attesa non finisce qui perché, arrivati alle 21, la famiglia ancora non sa niente. «Mi in intrufolo oltre la sala d’attesa e trovo mio nonno che vaga confuso, da solo, per i vari reparti del pronto soccorso - dice ancora la nipote - Lo riaccompagno alla sua barella e alcuni operatori mi dicono stizziti che lì non si può stare, che a lui ci pensano loro e che passerà la notte lì perché non ci sono letti». La vicenda si concluderà solo alle 21- 21,30 di lunedì sera quando finalmente il paziente viene trasferito nel reparto e gli viene assegnato un posto letto. Ma prima di poter accedere al reparto, la nipote segnala un altro episodio piuttosto inquietante.

«Stamani (lunedì mattina, ndr) alle 10 mio nonno mi chiama piangendo. Mi dice che ha fame perché dalle 14,30 del giorno prima non gli hanno dato niente da mangiare. Così intorno alle 19,20, ovvero 29 ore dopo l’arrivo in pronto soccorso, gli ho portato un panino per calmargli la fame». Fra gli altri problemi la ragazza segnala che l’anziano familiare ha dolore perché segue una terapia del dolore ben precisa, ma nessuno sembra interessarsene. «Non solo: si è orinato addosso perché nessuno gli ha svuotato il pappagallo». Stessa fine avrebbero fatto «le medicine portate da mio padre: nessuno gliele ha mai date». E a questo punto la riflessione arriva spontanea: «Lasciano anziani malati gravemente senza acqua né cibo e se ti azzardi a dire qualcosa si alterano e ti attaccano dicendo che hanno troppo da fare».

Il direttore del pronto soccorso Simone Magazzini, da noi contattato, in attesa di ricostruire con esattezza il caso del paziente in questione ha sottolineato che «la somministrazione di cibo a un paziente dipende dalle condizioni del paziente stesso e degli esami a cui doveva essere sottoposto».