L'impianto nucleare di Fukushima (Lapresse)
L'impianto nucleare di Fukushima (Lapresse)

Pisa, 10 marzo 2021 - Dieci anni fa un terremoto di potenza eccezionale si verificò al largo della costa orientale del Giappone provocando una catastrofe di enormi proporzioni. Una conseguenza di questo evento naturale fu un’onda di tsunami che, insieme al terremoto, si portò via in poco tempo circa 20mila vite. Onde di circa 15 metri di altezza si abbatterono contestualmente sugli impianti nucleari di Fukushima Daichi, provocando il fuori servizio dell’alimentazione elettrica (in gergo “station blackout”) e il conseguente meltdown in tre reattori dei sei presenti sul sito. L’incidente nucleare non aggiunse alcun morto da radiazione alla cospicua lista funebre dovuta all’evento naturale, ma è restato nella memoria collettiva come la maggiore conseguenza negativa di quell’evento, come se i 20mila morti suddetti non contassero nulla.

Ricordo che poche ore dopo l’incidente partii per un congresso sui reattori di quarta generazione che si tenne a Vancouver, durante il quale potei assistere alla televisione alle spettacolari esplosioni di idrogeno che sono rimaste nella memoria collettiva a rappresentare ingiustamente una tecnologia che, silentemente, produce circa la metà dell’energia elettrica a bassa emissione di carbonio in Europa. Durante il congresso, i colleghi giapponesi, sempre ossequiosi secondo la loro indole tradizionale, si scusavano ripetutamente con gli altri per l’accaduto, come se fossero personalmente responsabili della cattiva immagine che il nucleare stava acquisendo a causa di quegli eventi. Nonostante gli altri più di 400 reattori nel mondo continuassero a funzionare in piena sicurezza, era infatti chiaro a tutti noi che quell’incidente avrebbe avuto conseguenze politiche disastrose sulla tecnologia nucleare, provocandone un’ulteriore fermata.

Si tratta di un fenomeno che non accade per nessuna altra tecnologia e che è stato sintetizzato da Mohamed El Baradei, ex-Direttore Generale della IAEA, con la frase: “Un incidente da qualche parte è un incidente ovunque”. Accade, infatti, che un incidente che avviene nel settore nucleare abbia una risonanza mediatica ed un impatto tale sull’opinione pubblica che, invece di imparare la lezione e proseguire, ci si ferma per lunghi anni a discutere se il nucleare sia abbastanza sicuro. “Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur”: se ci si fosse comportati in questo modo per il comparto aeronautico, per quello ferroviario o per il trasporto automobilistico, oggi ci sposteremmo solo con carri trainati da cavalli o da buoi. Come insegniamo ai nostri studenti, ogni incidente porta con sé la sua lezione tecnica, che va recepita e a cui si deve dare risposta adeguata. Nel caso di Fukushima, è chiaro che le stime circa l’altezza delle possibili onde di tsunami fossero deficitarie, così come la protezione dei diesel di emergenza da eventi del genere lasciò decisamente a desiderare.

Si tratta di cose da tenere ben presenti e l’Unione Europea reagì prontamente negli anni successivi con una serie di “stress test” sugli impianti nostrani che hanno fatto il punto della situazione, trovando uno stato generalmente soddisfacente, ma proponendo anche necessari correttivi. Da noi, peraltro, gli tsunami non sono di casa, ma si può pensare ad inondazioni ed altri eventi naturali dai quali si debbano difendere gli impianti, oltre che le persone. Certo, i costi legati all’incidente di Fukushima ed al conseguente recupero del territorio contaminato sono elevati, ma sono convinto che quei costi, inclusi quelli della dispersione in mare dell’acqua radioattiva accumulata, misura approvata anche dalla IAEA pur con i suoi stretti protocolli, non siano paragonabili ai 20mila morti dovuti al disastro naturale. Possibile che per loro non si versi una lacrima? Possibile che invece di concentrare l’attenzione su un incidente che non ha fatto morti immediate né ne farà in futuro nessuno pensi che la cosa da fare sarebbe stata semmai difendere la costa e le sue popolazioni da eventi del genere?

Perché questa attenzione all’incidente nucleare quando il problema serio è stato ben altro? Le ragioni per cui il nucleare è nell’immaginario di molti (non di tutti, a dire il vero) una tecnologia perlopiù spaventosa, è come sempre da ricercarsi nella comparsa sulla scena della storia delle bombe atomiche e nella successiva deterrenza che, pur salvandoci da scaramucce potenzialmente sanguinose in Europa, ha tenuto tutti con il fiato sospeso per decenni, nella paura di un olocausto nucleare. Tutte cose che, però, non hanno nulla a che vedere con il nucleare pacifico.

A casa nostra, in Italia così come in Germania, il nucleare ha poi assunto una connotazione politica: un populismo vagamente ambientalista fa dell’antinuclearismo una bandiera, dimenticando sbadatamente il mezzo milione di morti per cattiva qualità dell’aria che ogni anno si registrano in Europa, dovuti principalmente all’uso dei combustibili fossili, come ricordato recentemente dalla Commissione Europea nella sua comunicazione “A Clean Planet for All” (28 Novembre 2018). In quella stessa comunicazione, la Commissione vede il nucleare insieme alle rinnovabili come l’asse portante, anzi letteralmente la “spina dorsale”, del sistema energetico decarbonizzato dell’Europa del 2050. In altre parole, allo stato attuale delle cose, l’intermittenza delle rinnovabili e gli ambiziosi progetti di sviluppo delle tecnologie di immagazzinamento dell’energia non fanno prevedere che si possa raggiungere l’obiettivo della decarbonizzazione senza una fonte che fornisca energia elettrica 24 ore su 24, 7 giorni su 7.

Questa fonte, non potendo essere il gas o il carbone, deve essere il nucleare, quello esistente da fissione e, in un futuro che non possiamo ancora prevedere nettamente, quello da fusione. In uno scenario che è così chiaro nella sua complessità e, per contrasto, nella sua incertezza, il recente libro di Bill Gates sui cambiamenti climatici, con il suo apprezzabile taglio didascalico per non addetti ai lavori, ha l’indubbio merito di mostrare che le prese di posizione acritiche e vagamente velleitarie per richiamare l’attenzione sui problemi ambientali devono lasciare il posto a strategie meditate e ben concepite dal punto di vista tecnico e scientifico. Il problema è complesso e le prese di posizione solo “di principio” non aiutano.

Sotto questo aspetto, il recente Programma Nazionale per la Ricerca per gli anni 2021-2027 disponibile da qualche giorno sul sito del MUR non può che essere giudicato carente. L’esclusione di una linea di ricerca sul nucleare presente ed innovativo, la menzione giusto en passant della fusione nucleare “innovativa” (come se potesse essercene un’altra), persino una certa laudatio della Energiewende tedesca che, a quanto è verificabile da tutti sul sito “Electricity Map”, spegne gli impianti nucleari per far funzionare quelli a carbone (lignite in particolare) e a gas, in modo da compensare la variabilità della produzione dai suoi vastissimi parchi eolici e solari, utilizzati per frazioni modeste del tempo, sono tutti aspetti che lasciano attoniti per quanto viene proposto dal nostro Ministero in materia energetica.

Quando nello scorso Agosto 2020 ne lessi la bozza resa disponibile per la pubblica consultazione, protestai vivacemente, mandando un mio commento che diceva testualmente: “Il piano non parla di supporto alla ricerca nel settore dell'energia nucleare. Il nucleare da fissione contribuisce già in gran parte alla decarbonizzazione ed è stato menzionato direttamente nella comunicazione EC "A clean planet for all" del 28/11/2018 nella "spina dorsale" del sistema decarbonizzato dell'Europa 2050. Il nucleare da fusione è una realtà in fieri da coltivare. Escludere questi due ambiti significa menomare la ricerca italiana e togliere ottime opportunità al nostro Paese.” Non mi risulta che il commento sia stato tenuto in alcun conto; peraltro, sembra che io sia stato uno dei più di 1700 che hanno risposto alla consultazione: il mio “J’accuse” si sarà perso nel vuoto.

E’ necessario ricordare che uno dei modi migliori per conservare lo status quo è illudere la gente che si stia facendo qualcosa di importante per cambiare, sebbene ad un attento esame questo risulti impossibile. Pensare ad una penetrazione delle fonti rinnovabili senza il supporto dell’energia nucleare in Italia significa aver bisogno di bruciare gas che, oltre a produrre anidride carbonica, è esso stesso una potentissima fonte di alterazione del clima con le perdite lungo le linee. In altre parole, le soluzioni al problema della decarbonizzazione non sono molte ed il nucleare non può non farne parte. Si obietterà che tramite ben due referendum su una materia così tecnica il nostro paese ha rinunciato alla fonte nucleare. Verissimo, ma se non avessimo toccato con mano le necessità poste dall’attuale pandemia probabilmente anche il consenso a posizioni no-vax sarebbe più vasto di quanto lo sia oggi. In democrazia è quindi necessario informare correttamente la popolazione sulle conseguenze delle sue scelte: non vi è libertà di scelta se non vi è consapevolezza di ciò a cui si va incontro con le opzioni a disposizione.

Per il nucleare, quindi, è necessario riprendere con serietà un discorso di formazione ed informazione che tutti noi siamo impegnati a sostenere da decenni. Tutto questo perché nel 2050 non ci si debba pentire amaramente del mancato raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione, con le conseguenze ambientali che tutti temiamo, dovendo ripetere la frase di Lucrezio nel ricordare il sacrificio di Ifigenia: “Tantum religio potuit suadere malorum”, “a tanto male ha potuto condurre la superstizione”. Albert Einstein commenterebbe a sua volta che “è più difficile rompere un pregiudizio che un atomo”. Cerchiamo quindi di scongiurare pentimenti tardivi.

Walter Ambrosini Professore Ordinario di Impianti Nucleari presso l’Università di Pisa walter.ambrosini@unipi.it