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La chirurgia del futuro: ecco le cartilagini in 3D. Da Pisa il progetto europeo

Una piccola telecamera scansiona la lesione nell’articolazione da riparare. “Fare la differenza: l’artrosi post-trauma colpisce il 50% dei pazienti”

Foto di gruppo per l'équipe

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Pisa, 12 dicembre 2024 – Sempre più vicini alla chirurgia del futuro con un nuovo progetto di ricerca coordinato dall’Università di Pisa che punta a riparare le articolazioni con biomateriali e stampanti 3D. Partirà a gennaio ’Luminate’, il progetto finanziato dall’Unione Europea nell’ambito del programma Horizon Health 2024, che punta a fare la differenza in uno scenario in cui risultano in aumento le lesioni cartilaginee, con un rischio di sviluppo dell’artrosi post-traumatica che coinvolge il 50% dei pazienti che subiscono gravi traumi al ginocchio. A guidare il team di ricerca sarà Giovanni Vozzi, professore del dipartimento di Ingegneria dell’informazione e del Centro di ricerca Enrico Piaggio. “Il dispositivo che metteremo a punto, Endoflight - spiega -, utilizza una combinazione di tecniche di biostampa 3D, cellule del paziente e biomateriali per riparare le cartilagini delle articolazioni in modo personalizzato”.

Come funzionerà?

“Il sistema ha una piccola telecamera che viene inserita nell’articolazione durante l’intervento per scansionare la lesione grazie a algoritmi dell’Ia. A quel punto ’Endoflight’ riempie la lesione con un biomateriale capace di integrarsi con i tessuti circostanti e promuovere la rigenerazione della cartilagine”.

Qual è, dunque, l’obiettivo?

“Da un lato si punta a migliorare la qualità di vita del paziente, riducendo la necessità di interventi chirurgici complessi e proponendo una soluzione minimamente invasiva. Dall’altro, questi dispositivi permetteranno di ridurre i costi per la sanità pubblica, offrendo ai medici un sistema efficace e andando verso una medicina personalizzata”.

Quindi i costi saranno accessibili?

“Certamente. Questo dispositivo è concepito come un accessorio usa e getta per un qualsiasi artroscopio già in commercio, con un costo stimato di circa 200 euro in più rispetto al dispositivo tradizionale. In più...”.

Dica.

“Un sistema di questo tipo, accelerando la rigenerazione del tessuto, riduce i tempi di degenza del paziente in ospedale e i costi delle terapie, portando a un notevole risparmio per il sistema sanitario”.

Quale sarà il ruolo dell’intelligenza artificiale nel progetto?

“L’Ia ci supporta nell’ottimizzazione della composizione tra materiali di stampa e cellule riducendo il rischio per queste ultime di essere danneggiate”.

Quali i principali ostacoli?

“A livello tecnico, la difficoltà sarà quella di ricreare il più fedelmente possibile la struttura del tessuto danneggiato, ma ci attendono altre sfide sul piano normativo. Faremo tutto ciò che è richiesto dalla Commissione Europea perché il dispositivo sia certificabile e possa essere utilizzato come clinical trial sugli esseri umani”.

L’obiettivo sarà arrivare in sala operatoria.

“Vogliamo che il progetto abbia un’applicazione reale, sia come prodotto commerciale che in ambito clinico. Per questo coinvolge partner industriali, accademici e clinici provenienti da nove Paesi”.