"Storie da incubo". Team di ostetriche medici e psicologi alle prese col dolore

Il lavoro delle operatrici del Noa e del Satis per salvare le donne. L’obiettivo è toglierle dalle mani di possibili sfruttatori .

"Storie da incubo". Team di ostetriche medici e psicologi alle prese col dolore

"Storie da incubo". Team di ostetriche medici e psicologi alle prese col dolore

Sono le 8 quando le sirene della Polizia annunciano l’arrivo dei primi pullman dal porto. Iniziati gli sbarchi dalla Geo Barents, il CarraraFiere si anima con decine di persone svegliate dal torpore mattutino pronte a prendere posizione nei rispettivi setting di assegnazione. I migranti salvati dalla Ong scendono e vengono trasportati secondo priorità. Il primo a essere interpellato è il padiglione ostetrico-ginecologico: due donne in gravidanza e una è una sedicenne di origine eritrea. Le ostetriche Giulia Livi e Veronica Giacchè, coordinate dalla responsabile Elisa Bruschi del Nuovo Ospedale Apuane, si mobilitano con la ginecologa Giovanna Casilla, per gestire il primo di una lunga serie di casi clinici.

"Abbiamo un inquadramento generale dagli operatori della nave – spiega Livi –, ma sta a noi capire se ci siano ragioni cliniche per procedere a un ricovero. Dopo un’anamnesi approfondita grazie al lavoro dei mediatori culturali, facciamo la visita". Sembra semplice ma ci sono da superare tutte le angosce che chi ha affrontato un viaggio del genere porta con sé. E negli sbarchi numerosi come questo ottimizzare i tempi diviene fondamentale: "Con l’esperienza dei precedenti soccorsi, abbiamo capito di dover utilizzare dei trucchi – rivela l’ostetrica –: ci presentiamo con beni di prima necessità, come assorbenti o biancheria intima, per aiutarle a fidarsi di noi. Il minimo per metterle in una condizione di dignità umana".

Il coordinamento con l’associazione Satis, il sistema antitratta toscana per interventi sociali, diviene centrale nel corso della visita preliminare quando le ostretriche hanno dubbi di potenziali o attuali rischi di sfruttamento. È un momento cruciale la visita: può salvare le donne da eventi ancor più terribili di quelli vissuti. "Lo scopo è togliere queste ragazze dalle mani di possibili sfruttatori indirizzandole verso strutture segrete, affidandole ai servizi sociali per garantire un adeguato processo di integrazione".

Vengono da Siria, Yemen, Egitto, ma anche Sudan, Eritrea, Bangladesh, Etiopia e Somalia. "C’è stato un allentamento degli sbarchi negli ultimi mesi – dice Elisa Bruschi durante una breve pausa dalle visite –, questo è il più grande mai fatto: 47 donne, eravamo timorose di non essere pronte come team ma stiamo gestendo bene la situazione". Quello che rimane complesso è la gestione delle emozioni di un momento in cui, scardinate le difese emotive, si apre un vaso di Pandora. "All’inizio non eravamo pronte a sentire le tragicità che questi viaggi portano con loro – continua Bruschi –. Certe storie ci hanno accompagnato per settimane, è assurdo realizzare che il genere umano sia capace di tali atti di violenza. Le prigioni libiche sono qualcosa che non si può descrivere, e quello che ci viene raccontato è vero, perchè tutti i racconti delle donne che assistiamo coincidono".

Gli sguardi di chi aspetta il proprio turno, tenendo in una mano il figlio e nell’altra la propria vita raccolta in sacchetto di plastica, non lasciano spazio a ulteriori letture. "Le donne siriane viaggiano per meno tempo, giungendo con parte della famiglia con l’obiettivo di raggiungere i figli già in Europa. Chi viene dall’Eritrea e dalla Somalia rivela di essersi messa in viaggio addirittura da 5-10 anni, detenute, torturate e, infine, giunte in Italia in condizioni disumane". Un percorso di avvicinamento umano che si scontra con i limiti temporali che gli operatori hanno a disposizione per completare le valutazioni cliniche. Alcuni dei ragazzi e ragazze rifiutano la visita: la vedono come l’ennesima violazione della propria persona oramai ridotta a brandelli. Servirebbe più tempo, più supporto psicologico per favorire l’approccio verso chi non ha più niente.