Raffaello Lotti

Lucca, 11 ottobre 2018 -  Un coraggioso innovatore . E’ così che Raffaello Lotti , del quale in questi giorni ricorrono i venti anni della scomparsa , vorrebbe essere ricordato . Ed avrebbe tutte le ragioni per ambire a quella impegnativa classificazione. Tutta la sua esperienza , in vero assai breve perché conclusa da una precoce morte, a poco più di cinquanta anni , dedicata a realizzare edifici e costruzioni , è stata come marcata da una continua e tormentata ansia di uscire dalla tradizione per aprirsi alle novità che si affacciavano nel panorama europeo e mondiale. Un’apertura che lo portò già agli inizi degli anni Settanta a rivolgersi all’architetto Yoshimobu Aschihara, allora ed anche successivamente , considerato il caposcuola della nuova generazione dell’architettura giapponese. Da quel rapporto Lotti trasse insegnamenti fondamentali che poi seppe tradurre quando si cimentò nelle prime prove di progettazione. Ancora più importante , anche perché più duraturo, fu l’incontro con Carlo Scarpa che con Raffaello Lotti fu prodigo di amicizia e di insegnamenti.

Con quei collegamenti , che di fatto li inserivano nel vivo di esperienze ad alta intensità innovativa, Raffaello Lotti maturava una concezione dell’architettura ugualmente attenta agli aspetti estetici come alla disposizione degli interni ed alla perfezione dei singoli particolari che divenivano elementi portanti di realizzazioni pensate come vere e proprie opere d’arte. Di questa visione erano momenti significativi l’utilizzo di materiali , allora scarsamente considerati , come l’acciaio che applicato in strutture modulari consentiva ardite soluzione architettoniche , e l’impiego di maestranze artigianali altamente qualificate. Dietro le sue indicazioni , queste acquisivano una notevole professionalità che ben si evidenziava nella cura quasi ossessiva degli arredi , degli infissi e dei sistemi di illuminazione.

In questo indirizzo Lotti era stato incoraggiato da due “mostri sacri” del design del calibro di Mario Botta e Marco Zanuso che negli anni Ottanta furono i suoi riferimenti più sicuri e più validi. Di quel periodo sono i primi significativi riconoscimenti per l’opera di Lotti ed il suo nome compariva con sempre più frequenze nelle riviste specializzate come “L’industria delle Costruzioni “ , organo ufficiale dell’Associazione Nazionale Costruttori Edili. Di una raffinata ristrutturazione di interni di un edificio destinato a ospitare l’ufficio di rappresentanza della ditta Perini a Dusseldorf scriveva in termini altamente elogiativi la prestigiosa rivista “Domus” che ne sottolineava la funzionalità e l’eleganza delle soluzioni adottate. A coronamento di questa intensa attività veniva a Lotti il conferimento del titolo di architetto decretato , dal Ministere de l’ Urbanisme e du Logement al quale seguiva l’iscrizione nella sezione stranieri dell’Ordine degli Architetti dell’Ile de France.

Innovatore ma anche carattere spigoloso e poco incline agli accomodamenti ed ancor meno alle genuflessioni , naturale dunque che Lucca gli risultasse stretta ed altrettanto scontato che il suo lavoro incontrasse nell’antica città, gelosa del suo illustre passato e delle sue testimonianze, riserve ed ostacoli. Meglio gli andava quando poteva agire , come nel caso degli uffici direzionali dell’azienda “Imballaggi Nottoli”, in situazioni libere dai condizionamenti della tradizione ed allora Lotti sapeva modellare quegli spazi coniugando funzionalità ed eleganza. Di questa su attitudine e delle sue illustri parentele con le esperienze più ardite del design italiano si accorse e ne fu favorevolmente impressionato un personaggio del calibro di Pier Carlo Santini , che , memore dell’antica lezione degli anni olivettiani, ritrovava in Lotti quella visione innovatrice in fatto di design e di uso dei materiali che era stata la cifra della grande stagione della scuola di Ivrea.

Sarà infatti Pier Carlo Santini a difendere ed a valorizzare i lavori più impegnativi che Lotti ha realizzato a Lucca sottolineando come questi rappresentassero soluzioni architettoniche innovative che riuscivano a collocarsi in un ambiente dominato da presenze del retaggio storico cittadino contribuendo , nel visibile contrasto, ad accentuarne quella misurata eleganza che era e rimane la misura dello stile lucchese. Santini lo faceva quando sulla rivista “Ottagono”, la cui autorità dettava legge, scriveva dell’intervento realizzato da Lotti in piazza San Giovanni per la sede delle Assicurazioni Maesci , poi sede dell’Ordine degli Architetti . Sapendo di sfidare quella densa coltre di ostilità tradizionalista, che aveva accolto l’intervento come una profanazione dell’antica piazza , Santini non si tirava indietro ed anzi pronunciava giudizi pesanti come pietre che dal caso in questione si allargavano fino a investire il senso stesso della cultura architettonica della città: “Il progettista ha voluto dimostrare che si può addirittura migliorare l’aspetto di una stupenda piazza intervenendo con pulizia , con rigore, e con un po’ di coraggio.”

Scritto questo Santini pronunciava la sentenza: definitivo l’intervento di Lotti “Un caso più unico che raro a Lucca negli ultimi decenni” prendeva di petto la questione. “ Dirò solo che al posto di un insignificante e squallido edificio, paesano più che provinciale, tirato su in fretta e furia sulle rovine di uno precedente minato e fatto saltare nell’ultima guerra, se ne vede oggi un altro in tutto rispettoso della precedente volumetria e così l’intera piazza ha riacquistato piena autenticità , perché quello che si è fatto cancella una bruttura e introduce un tema giusto e riconoscibile.”

Di quei suoi giudizi e ancor più del valore del lavoro di Raffaello Lotti, Santini era così convinto che non mancava in un’occasione ben più impegnativa e controversa a scendere di nuovo in campo. Avveniva agli inizi degli anni Ottanta , quando lo Studio Lotti affrontava la progettazione della nuova sede del Banco di Napoli : un edificio di consistenti dimensioni, collocato appena fuori dalla cerchia delle mura, di fronte alla porta S. Anna. Per motivi facilmente immaginabili, il luogo, la tipologia, l’impatto ambientale , ma anche per problematiche che attenevano alla delicata materia della gestione amministrativa degli spazi edificabili , l’operazione della nuova sede del Banco di Napoli si rivelò assai complicata ed una volta ultimato l’edificio puntualmente condensarono critiche, riserve e perplessità.

Questa fastidiosa litania ,variata sul tema “bella mi’ lucca” che cerca di spengere ogni tentativo di svecchiare la città, Santini l’aveva ben presente ed era proprio al coro dei nostalgici del tempo che fu che Santini si rivolgeva quando faceva notare che la suggestiva combinazione di mattoni e vetro, che caratterizzava il nuovo edificio era stata concepita ed andava intesa come una ulteriore valorizzazione del complesso monumentale rappresentato dalle Mura. Scriveva Santini:”Qui vive e si vive la memoria della cerchia alberata , come per omaggio , spontaneo al passato che non si rinnega proprio perché ad ess si aggiunge una presenza innovativa , autentica originale:” Di queste parole, del generoso sostegno di quel maestro d’arte e di cultura che era Pier Carlo Santini , accreditato rappresentante del verbo di Ragghianti sulla piazza di Lucca, Raffaello Lotti andava giustamente fiero perché vi ritrovava la prova che c’era chi aveva saputo comprendere il senso del suo lavoro : spingere Lucca lungo la sua storia più vera e più bella.