Lucca, 9 luglio 2018 -  Un gruppo di studenti e di escursionisti rimasti prigionieri in una grotta carsica, salvati dopo un’angosciosa attesa grazie a un’imponente operazione di soccorso, dimenticata poi in fretta grazie al lieto fine. In tutto 21 persone, tirate fuori una ad una dai sommozzatori, in perfette condizioni fisiche. E’ il 23 gennaio 1986. A Fornovolasco, in provincia di Lucca, va in scena un dramma che in piccolo ricorda l’angosciosa vicenda che si sta consumando in Thailandia. Un gruppo di 12 studenti della quinta D del liceo scientifico Vallisneri di Lucca, i loro accompagnatori e alcuni speleologi vengono intrappolati dall’improvviso allagamento di una grotta che stanno esplorando, la «Tana che urla», cavità carsica che si estende per circa 100 metri nel ventre del Monte Forato. Pietro Sini, ora 54enne in congedo, è uno dei 4 sommozzatori dei carabinieri di Genova che si calarono nella grotta insieme ai vigili del fuoco, riuscendo nel salvataggio. Scampato all’attentato di Nassiriya in Iraq, è Cavaliere della Repubblica e medaglia d’oro come vittima del terrorismo. 
Cosa ricorda di quel salvataggio del 1986?
«Erano tutti prigionieri, impossibile uscire: lo strettissimo tunnel di ingresso era invaso dall’acqua per una ventina di metri. Quella del gennaio 1986 fu la più grande operazione di soccorso in grotta di questi decenni, ma pochi se la ricordano, perché andò tutto bene. Li salvammo dopo 32 ore di tentativi e di angosciosa attesa».
Altri tempi, altre tecniche. Ma l’angoscia è sempre quella, o no?
«Chiaro. Oggi la tecnologia per la speleologia subacquea è spaziale: maschere con laringofono, radiotelefoni subacquei, riprese video ottimali, strumenti per elaborare al computer l’andamento dei flussi e dei livelli di acqua nei sifoni delle grotte. Però poi devi fare i conti con gli imprevisti e anche con meteo e ossigeno. Non c’è nulla di scontato e lo si è visto anche in Thailandia, purtroppo».
Cosa è cambiato nella gestione di queste emergenze?
«Ricordo che a Fornovolasco la valle era stracarica di mezzi di soccorso, ambulanze, protezione civile, centinaia di persone e anche comprensibile confusione. Oggi si gestisce tutto in modo più chirurgico, con campi base più piccoli, pianificando».
Nel 1986 andò tutto benissimo, comunque.
«Sì, ma ci dette una mano la fortuna. E forse ci fu anche un pizzico di incoscienza da parte nostra. Ci infilammo in un lungo sifone che veniva riempito di acqua dalla montagna, mentre cercavamo di svuotarlo. Non avevamo mai imbastito un intervento così ampio. Erano 21 persone. Noi carabinieri e i vigili del fuoco ci trasformammo in istruttori subacquei e spiegammo loro cosa fare».
E gli studenti erano angosciati?
«Paradossalmente no. Li avevamo tranquillizzati e anche i professori li aiutarono a mantenere la calma. Erano più spaventati i familiari e gli amici fuori. Fu un elemento decisivo. Il panico può compromettere tutto».
Però a Fornovolasco si risolse tutto in 32 ore. Il tempo ha un peso.
«Certo. Il tempo nelle emergenze è una variabile fondamentale. Poi l’esperienza e, ripeto, anche la fortuna. Quella che auguro a quei ragazzi in Thailandia. E ai soccorritori auguro di provare la gioia che ho provato io all’epoca». UN GRUPPO di studenti e di escursionisti rimasti prigionieri in una grotta carsica, salvati dopo un’angosciosa attesa grazie a un’imponente operazione di soccorso, dimenticata poi in fretta grazie al lieto fine. In tutto 21 persone, tirate fuori una ad una dai sommozzatori, in perfette condizioni fisiche. E’ il 23 gennaio 1986. A Fornovolasco, in provincia di Lucca, va in scena un dramma che in piccolo ricorda l’angosciosa vicenda che si sta consumando in Thailandia. Un gruppo di 12 studenti della quinta D del liceo scientifico Vallisneri di Lucca, i loro accompagnatori e alcuni speleologi vengono intrappolati dall’improvviso allagamento di una grotta che stanno esplorando, la «Tana che urla», cavità carsica che si estende per circa 100 metri nel ventre del Monte Forato. Pietro Sini, ora 54enne in congedo, è uno dei 4 sommozzatori dei carabinieri di Genova che si calarono nella grotta insieme ai vigili del fuoco, riuscendo nel salvataggio. Scampato all’attentato di Nassiriya in Iraq, è Cavaliere della Repubblica e medaglia d’oro come vittima del terrorismo. 
Cosa ricorda di quel salvataggio del 1986?
«Erano tutti prigionieri, impossibile uscire: lo strettissimo tunnel di ingresso era invaso dall’acqua per una ventina di metri. Quella del gennaio 1986 fu la più grande operazione di soccorso in grotta di questi decenni, ma pochi se la ricordano, perché andò tutto bene. Li salvammo dopo 32 ore di tentativi e di angosciosa attesa».
Altri tempi, altre tecniche. Ma l’angoscia è sempre quella, o no?
«Chiaro. Oggi la tecnologia per la speleologia subacquea è spaziale: maschere con laringofono, radiotelefoni subacquei, riprese video ottimali, strumenti per elaborare al computer l’andamento dei flussi e dei livelli di acqua nei sifoni delle grotte. Però poi devi fare i conti con gli imprevisti e anche con meteo e ossigeno. Non c’è nulla di scontato e lo si è visto anche in Thailandia, purtroppo».
Cosa è cambiato nella gestione di queste emergenze?
«Ricordo che a Fornovolasco la valle era stracarica di mezzi di soccorso, ambulanze, protezione civile, centinaia di persone e anche comprensibile confusione. Oggi si gestisce tutto in modo più chirurgico, con campi base più piccoli, pianificando».
Nel 1986 andò tutto benissimo, comunque.
«Sì, ma ci dette una mano la fortuna. E forse ci fu anche un pizzico di incoscienza da parte nostra. Ci infilammo in un lungo sifone che veniva riempito di acqua dalla montagna, mentre cercavamo di svuotarlo. Non avevamo mai imbastito un intervento così ampio. Erano 21 persone. Noi carabinieri e i vigili del fuoco ci trasformammo in istruttori subacquei e spiegammo loro cosa fare».
E gli studenti erano angosciati?
«Paradossalmente no. Li avevamo tranquillizzati e anche i professori li aiutarono a mantenere la calma. Erano più spaventati i familiari e gli amici fuori. Fu un elemento decisivo. Il panico può compromettere tutto».
Però a Fornovolasco si risolse tutto in 32 ore. Il tempo ha un peso.
«Certo. Il tempo nelle emergenze è una variabile fondamentale. Poi l’esperienza e, ripeto, anche la fortuna. Quella che auguro a quei ragazzi in Thailandia. E ai soccorritori auguro di provare la gioia che ho provato io all’epoca».