Bellani, sofisticato e vero. E un irriducibile pacifista: "La cultura dell’usa e getta annichilisce ogni sapere"

L’artista allo specchio sui grandi temi del suo tempo: "Resto di sinistra, ma oggi mi sento anarchico". Femmicidi: "Servono soluzioni concrete, ma il sensazionalismo può portare all’assuefazione". .

Bellani, sofisticato e vero. E un irriducibile pacifista: "La cultura dell’usa e getta annichilisce ogni sapere"
Bellani, sofisticato e vero. E un irriducibile pacifista: "La cultura dell’usa e getta annichilisce ogni sapere"

Aperto, con la sua poetica, al presente e al futuro. Aperte le sue opere, sulle quali interviene alla ricerca, impossibile, della perfezione. Con l’apertura di una mente che, fra figurazione e astrazione, sa assemblare, incollare e scolpire, ancor prima di disegnare e dipingere. E poi, a fine giornata, magari aprire un divano, per dormire nello studiolaboratorio, circondato dalle opere di una vita. Pietro Bellani è un artista di livello internazionale che, da più di cinquant’anni, dà lustro alla nostra città con i suoi lavori. Innumerevoli le mostre, i riconoscimenti, le partecipazioni. Ogni sua mossa? Oltre che una motivazione sociale, è spiccatamente orientata ad aprire orizzonti lontani.

Cosa pensa del tempo?

"Il tempo è la ragione delle cose, quello che abbiamo vissuto e quello che ci resta da vivere – esordisce Bellani –. Un fondamento del tempo è che ti dà la facoltà di rivivere... il vissuto: nel campo dell’arte è la rivisitazione di quanto già prodotto. Quando sei all’inizio di un’attività non ragioni molto, non conosci il risultato, quello lo scopri a distanza di tempo. A quel punto rivedi la tua vita e dai spazio all’autocritica, magari alla valorizzazione del tuo operato".

Se potesse tornare indietro, quale scelta non farebbe più?

"Sapesse quante volte ci ho pensato. In alcuni periodi ho perfino malinconia di certi momenti, ma è necessario andare avanti. Spesso sono perfino in difficoltà, quando incontro amici di 30, 40 anni fa, che vogliono rivivere il passato: quasi quasi scappo. Rivivere gli sbagli per prendere un’altra direzione? Diverse situazioni si sarebbero potute evolvere in modo differente, ma non è detto. E comunque, sarebbe stato quello il modo più giusto di aver condotto la mia vita?".

Quale cultura estera l’affascina di più?

"Quella tedesca. Delle stagioni vissute a Francoforte e Monaco ho nostalgia. Avevo uno studio negli anni Novanta e convivevo con una nota giornalista e scrittrice. In Germania sanno riconoscere la professionalità in maniera più acuta rispetto agli italiani. Percepivo la curiosità, a prescindere dalla vendita. Avvertivo rispetto per la figura dell’artista, perfino i barbieri avevano alle pareti quadri espressionisti".

Il mercato del lavoro in Italia presenta luci ed ombre: un alto tasso di disoccupazione giovanile e contemporaneamente aziende che non trovano figure professionali...

"Va esteso il discorso. Personalmente ho concluso gli studi molto presto, perché la pittura aveva conquistato ogni mia fibra. Ma dato che avevo 16 anni, mio padre m’impose di lavorare. E con l’apprendistato mi dettero una formazione vera. Quel tipo di scuola, come ve ne sono ancora alcune, garantisce la specializzazione. Da contraltare, per certi mestieri, va considerato che viviamo nella cultura dell’usa e getta. Più facile e meno costoso acquistare nuovamente un’apparecchiatura, che il ricambio da far applicare a un esperto. Il microcosmo dei piccoli artigiani si è così volatilizzato, senza che vi sia stata la possibilità di tramandare quel sapere".

Le professioni più richieste nei prossimi anni?

"Tutto ciò che orbita intorno al turismo. Sebbene in Italia, in senso generale, non si sappia accogliere in modo adeguato il turista, il futuro è in quel settore. L’indotto è molto ampio e in tanti ne stanno approfittando, facendo lievitare i prezzi, puntando proprio sui turisti. In Germania questo non succede, non esiste questo genere di speculazione mirata".

E il consumismo?

"Una brutta bestia in grado di togliere umanità. Ha la capacità di creare forme di egoismo. L’ho sempre combattuto. C’è stato un segmento del mio viaggio, in cui approfondivo la poesia visiva e usavo, ironicamente, il linguaggio della pubblicità".

Quali fatti di cronaca la stanno colpendo di più?

"Il fenomeno del femminicidio. Anche se avverto il rischio, dando eccessiva visibilità nazionale a un solo episodio, quello della povera Giulia Cecchettin, di andare incontro a delle storture. La notizia della sua morte sta alimentando una forma di consumismo a largo raggio, che può trasformarsi in cinismo. Ho ascoltato con le mie orecchie gruppi di persone, all’ennesimo servizio giornalistico televisivo sull’argomento, esclamare un ‘Ma basta!’, che significa tante cose. Compreso che la gente potrebbe ‘annoiarsi’, insomma che tutto questo clamore porti invece all’effetto contrario, del ‘Se ne sta parlando troppo’. Invece no, è un gravissimo problema da risolvere, a cui vanno trovate delle immediate soluzioni concrete, dei percorsi, ma con maggiore discrezione, evitando il sensazionalismo da mass media".

Le donne come vivono nel mondo di oggi?

"Vedo ancora troppo maschilismo, direi che ci sia stato addirittura un passo indietro. E credo che la tecnologia abbia influito, creando più fragilità, togliendo contatto e di conseguenza umanità. Le risposte a questo malessere, a questa vita di isolamento sociale, finiscono per colpire le donne. Ed è assurdo".

È un uomo di fede?

"Non ci penso per la verità. Ho letto la Bibbia in molte parti, un testo che mi ha affascinato. Esiste qualche cosa di soprannaturale? Sì, al quale però non mi rivolgo, perché credo abbia altre cose da fare dal pensare a Pietro Bellani. Chi può dare più risposte? La scienza".

Di fronte alla crisi dei partiti e della democrazia cosa auspica?

"Rimango un uomo di sinistra, sebbene in quest’epoca, pur con una destra che avanza pericolosamente, sia più anarchico. Nella mia visione della vita, la Costituzione italiana sarebbe un argomento interessante e legittimo. Di qualunque tipo siano i cambiamenti, le riforme, però, occorre siano orientate all’equità, che i protagonisti sappiano ragionare anche nella diversità".

Quanto pensa siano importanti i valori liberali e garantisti nella tensione tra cittadini e istituzioni?

"Fondamentali per acquisire coscienza di ciò che si vive politicamente nel mondo del lavoro. Spesso mi domando come facciano i membri del Parlamento e del Governo a parlare di riforme e a osservare le persone che vivono con 600 euro al mese di pensione, pur guadagnando 30 volte tanto".

Di cosa ha bisogno la nostra società?

"Di assistenza, coinvolgendo le persone in attività di aiuto al prossimo. Io sono pronto, come ho fatto sovente, magari dando ospitalità a uomini e donne in difficoltà. Ho sempre avuto l’esempio di mia madre, al bar, con cappuccini e brioche a chi non se li poteva permettere, o al Psiup (Partito socialista italiano di unità proletaria), che accoglieva a dormire dei senzatetto bisognosi".

Pacifista convinto?

"La guerra non può portare che morti. Tutto ciò che reca disperazione all’essere umano non va alimentato. Mi fa davvero arrabbiare che, oltre alla sofferenza personale, possa essercene provocata da altri. Non voglio credere che le armi riescano a portare la pace. L’odio, la vendetta, questo sì. Poi i conflitti non si concludono mai e spesso conducono ad una dittatura".

La guerra israelo-palestinese sta avendo una nuova terribile escalation...

"Penso che la Palestina abbia il diritto ad avere un proprio Stato. So che è un argomento scivoloso, c’è il rischio di essere fraintesi. Però sono sempre stato schierato coi nativi americani, coi deboli e i fragili. So che le guerre portano facilmente alle vendette. E le vendette trascinano le persone ad una disperazione tale, da non disdegnare la commissione di delitti. È il ‘sistema delle vendette’: al terrorismo si risponde delle azioni comunque terroristiche, benché si preferisca non chiamarle così anche se si lanciano bombe che uccidono bambini e, in generale, innocenti".