La copertina di 'Due passi indietro tra Chianti e Valdarno'
La copertina di 'Due passi indietro tra Chianti e Valdarno'

Firenze, 31 agosto 2020 - L'Appennino disegna i confini del Valdarno, nel quale si addentra Massimo Acciai Baggiani con questo suo nuovo viaggio alla scoperta di ciò che è vicino ma che spesso si attraversa soltanto, senza fermarsi ad unire alla geografia la storia sì dei monumenti, degli edifici religiosi, del paesaggio, ma anche di chi ne trasmette tradizione e vissuto attraverso il piacere della sosta e l'ascolto di una narrazione. E' il terzo capitolo della 'Trilogia delle radici', per Porto Seguro Editore, alla scoperta del territorio toscano, questa volta – dopo Mugello e Casentino - 'Due passi indietro tra Chianti e Valdarno', a quattro mani con Italo Magnelli. Riemergono vite, segni e misteri, e parlano in modo più eloquente anche le chiese romaniche medioevali, edificate tra il X e il XIII secolo, che sono nel territorio metropolitano fiorentino ma comprese ecclesiasticamente nella diocesi di Fiesole. Esse punteggiano come riferimenti irrinunciabili il territorio, come la pieve di Cascia che a Reggello custodisce un trittico realizzato dal giovane Masaccio. La Madonna sorride con grazia nella pieve di Sant'Agata ad Arfoli che si incontra salendo proprio da Reggello a Vallombrosa. Sulla parete destra ecco una lastra tombale del sepolcro degli Ardimanni del 1126. Su di essa, a destra in alto, è stata identificata la prima raffigurazione su pietra del giglio fiorentino. Certo, si fatica a immaginare questo territorio luogo di scontro tra l'ortodossia cattolica e i goti che erano ariani e rifiutavano la Trinità. L'insistenza sulla figura di Pietro e il suo discepolo Romolo che avrebbe evangelizzato Fiesole sottolinea il legame con Roma e la tradizione apostolica. Una fede vivace che Acciai Baggiani esplora con una visita a Incisa, nei cui pressi è Loppiano, la cittadina dei Focolari. In questo stesso comune sono state rinvenute insospettabili vestigia etrusche.

Dieci chilometri separano Reggello da Vallombrosa e la sua abbazia. Ne era innamorato il governatore della Garfagnana Lodovico Ariosto che così la descive nell'Orlando Furioso: "...Vallombrosa./Così fu nominata una badia/ricca e bella né men religiosa/ e cortese a chiunque vi venia"/. Fondatore dell'abbazia fu il fiorentino benedettino Giovanni Gualberto, i cui monaci pensarono alle generazioni future piantando gli alberi che sono diventati la foresta di oggi. Di impianto medievale la chiesa, la cui facciata però è risalente al '600 e sotto i cui portici si può ammirare, custodita in una teca di vetro, una scultura in legno di ulivo realizzata da Roberto Nardi, meccanico e artista, che propone alcuni dei fatti principali della vita del santo fondatore. Nella farmacia si possono acquistare i prodotti lavorati dai monaci e volumi sulla spiritualità benedettina, caratterizzata - l'espressione è di dom Jean Leclercq - dall'equilibrio "fra tanti valori umani e cristiani, un equilibrio che è fonte di pace e di gioia, per i monaci e per tutti".
 

Michele Brancale