Bambini in un laboratorio
Bambini in un laboratorio

Firenze, 14 novembre 2020 - Cappuccetto Rosso, oscillazione inifinita tra dolcezza e crudeltà, tra innocenza e astuzia cattiva, è storia marchiata a fuoco nel cuore di generazioni. 

Però insomma, dice qualcuno oggi, quella bambina che s’imbatte nel lupo cattivo non è forse figlia di una madre degenera che la fa girare da sola per i boschi e se non fosse per il maschio/cacciatore coraggioso sarebbero guai?

Il dibattito sull’opportunità di modificare certi ’messaggi’ più o meno nascosti lanciati da storie e favole forgiate con la ceralacca nell’immaginario collettivo è oggi più che mai vivo. 

Ecco perché il laboratorio proposto per alcune delle classi elementari e medie della scuola Marconi di via Mayer allo Statuto ha fatto scoppiare un polverone. Ci sono dei punti del programma – illustrato durante un consiglio di classe – che stanno mandando sulle furie molti genitori.

Al primo punto del progetto promosso da Ireos Onlus – Centro Servizi Autogestito Comunità Queer (termine quest’ultimo che prende il nome dalla teoria che mette in discussione la naturalità dell’identità di genere, dell’identità sessuale e degli atti sessuali di ciascun individuo, affermando invece che esse sono interamente o in parte costruite socialmente) si parla di «individuare gli stereotipi di genere presenti in fiabe, racconti, personaggi dei cartoni animati, giocattoli, mass media e nella realtà della vita quotidiana».

«Giustissimo che in questi corsi si parli di inclusione culturale, di lotta al razzismo, al bullismo e al sessismo, ma affrontare temi come le differenze di genere con dei bambini di 8 anni è una follia. Fino a prova contraria sono le famiglie che dovrebbero, se e quando sarà il momento affrontare, certi argomenti» sbotta una madre intenzionata a non mandare il figlio a scuola nei giorni del laboratorio.

«Oltretutto – aggiunge un altro genitore – in una quarta c’è una maestra che durante le lezioni d’inglese fa recitare ai bambini i ruoli delle femmine e alle bambine quelle dei maschi. In un dialogo un bimbo fa Lilly e una bimba fa Arthur. Tutto questo senza chiedere il consenso ai genitori... ». 

La maestra nel mirino, che ieri senza successo abbiamo cercato di contattare non fa mistero dei suoi metodi educativi e scrive così in un post: «Esercizio di drammatizzazione con ruoli maschili e femminili dati a caso. Il maschio tocca alla femmina e passa, la femmina tocca al maschio e risatine al seguito». «C’è da lavorare» chiosa poi. 

Federica Picchi portavoce nazionale Comitato Educazione Infanzia e Adolescenza, attacca così: «Siamo seriamente preoccupati della violenza psicologica che rischia di entrare nelle scuole tramite la formale adesione a progetti “sessualmente sensibili” le cui ricadute socio-psicologiche possono non essere pienamente comprese dai genitori».

«Siamo con le mamme che si sono ribellate a questa follia, non è accettabile che si tenti di manipolare dei bambini in questo modo – tuona il deputato Fdi Giovanni Donzelli – Ora il nuovo provvedimento voluto dalla maggioranza di governo di sinistra, il Ddl Zan, sta giustificando questi metodi e anzi la situazione peggiorerà una volta che sarà approvata. La nuova legge, già approvata dalla Camera, istituisce la Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia per insegnare ai bambini delle elementari a scegliere, anche a giorni alternati, se sentirsi maschi, femmine, o trans. Abbiamo provato in tutti i modi a fermarli proponendo emendamenti di buonsenso alla Camera. La sinistra li ha tutti bocciati. Ma noi non ci perdiamo d'animo».