Fabio Firenzuoli (al centro) con lo staff del Centro ricerca e innovazione in fitoterapia
Fabio Firenzuoli (al centro) con lo staff del Centro ricerca e innovazione in fitoterapia

Firenze, 30 marzo 2020 - Nessuna pozione magica. La liquirizia non sconfiggerà il Covid-19. Non è abbastanza potente. Ma, assieme ad altre piante studiate da secoli dalle medicine tradizionali sia occidentale che cinese, potrebbe servire da trattamento complementare per ridurre alcuni sintomi dovuti all’infiammazione e migliorare il decorso dei pazienti. E’ una delle ipotesi alle quali a Careggi lavora con il suo staff il dottor Fabio Firenzuoli, direttore del Centro di fitoterapia dell’Azienda ospedaliero universitaria (Cerfit). L’unica realtà italiana del genere parte di un Servizio sanitario regionale, e quindi pubblico.

Riflette Firenzuoli: il virus è tuttora sconosciuto ed è difficile prevedere quando sarà pronto il vaccino, nell’attesa bisogna ricorrere a terapie di supporto (o di prevenzione di complicanze, che poi sono quelle che rendono letale il coronavirus), e per farlo la comunità scientifica si guarda intorno e anche indietro al passato, quando non c’erano farmaci ma ci si curava con piante ed erbe. In questo contesto si inserisce il confronto con la medicina tradizionale cinese di venerdì scorso a Careggi, quando Firenzuoli ha preso parte a un incontro con i colleghi della delegazione del Fujian ospiti a Firenze.

"Il dialogo con i cinesi è importante – afferma lo specialista – e dovrà essere approfondito". Nel frattempo l’infezione colpisce senza pietà, i morti sono ancora troppi. Firenzuoli studia il potere curativo di piante utilizzate da tempo anche dalla medicina occidentale, e punta ad analizzare e impiegare (se utili) dei fitoterapici che comunque, va ribadito, non potranno mai debellare da soli la pandemia. Ma dare una mano a limitarne gli effetti sì. "Ad esempio – spiega dalla sua casa di Montemurlo il responsabile del Cerfit – è noto che l’estratto della radice di liquirizia ha un’attività antinfiammatoria e sedativa della tosse. Ma oggi abbiamo in aggiunta dati di laboratorio che confermano anche interessanti proprietà antivirali, per cui meriterebbe valutarne l’efficacia sui pazienti sintomatici".

L’ astragalo, invece, potrebbe fare da scudo ai soggetti più esposti al contagio a partire da medici, infermieri, operatori 118, dottori di famiglia, forze dell’ordine, impiegati dei supermercati: "La radice migliora la risposta del sistema immunitario alle infezioni. In Cina lo usano sotto forma di decotto, noi come estratto. Potrebbe rivelarsi utile per chi si trova in prima linea in ospedale e non solo, e anche a livello preventivo per chi è positivo ma ancora senza sintomi importanti". Ma in prima fila tra le piante di uso consolidato nella medicina occidentale, Firenzuoli indica il geranio del Sudafrica, il Pelargonium sidoides . "E’ alla base di farmaci da banco, ovvero senza bisogno di ricetta, rimedi antinfluenzali già registrati dalle autorità sanitarie come antitosse e da tempo in commercio. Ha caratteristiche antinfiammatorie e immunostimolanti, e in laboratorio ha confermato interessanti proprietà verso numerosi virus respiratori, tra i quali il coronavirus". E anche l’ echinacea ha qualità immunoprotettive e antinfiammatorie preventive confermate da studi recenti.

Dunque la proposta scientifica sulla quale Firenzuoli e alcuni colleghi in Toscana sono impegnati in sintesi è questa: mentre prestiamo molta attenzione a quanto sviluppato dalla fitoterapia cinese, che comunque avrebbe tempi di sperimentazione e verifiche di qualità piuttosto lunghi, potrebbero invece essere utilizzate fin da subito su pazienti e operatori sanitari medicine a base di piante già registrate e garantite dal ministero della salute, dall’Agenzia italiana del farmaco e dall’European medicines agency. Pasticche alla liquirizia e gocce al geranio africano, in sinergia alle cure farmacologiche, per provare a porre un argine al Covid-19.