Maurizio Maggiani
Maurizio Maggiani

Firenze, 15 aprile 2020 - Riaprire le librerie? Non era una priorità. Lo scrittore Maurizio Maggiani ne è convinto. Gli abbiamo chiesto perché, e cosa pensa di questo momento così eccezionale della storia umana.

Secondo lei la riapertura delle librerie è un bel segno?
"Non ne sarei così convinto. Bisognerebbe chiederlo ai librai, ai commessi, cosa ne pensano. Come la vivono loro. Io non credo che sia un'idea geniale, ora".

Perché?
"A parte che non si è fatto niente di niente quando le librerie hanno cominciato a chiudere ben prima del coronavirus, e forse qualcosa si poteva fare, soprattutto per le più piccole. Adesso tutta questa affezione per la libreria mi sembra, se posso usare un'espressione un po' rude, proprio una storia di 'boccaloni'".

Cioè?
"Beh, io vorrei chiedere al ministro che ha pensato questa cosa se ha mai fatto il commesso in una libreria. Vorrei chiederlo anche ai miei colleghi, agli intellettuali che smaniano perché il 'pane della mente è importante come il pane dello stomaco'. Ci mancherebbe! Però forse è facile dirlo da una bella casa di campagna, dove da un bello studio, si scrivono dei bei libri. Da lì, da quella posizione privilegiata, è bello pensare che ora, subito bisogna riaprire le librerie, perché non ne possiamo più perché senza il cibo della mente non possiamo stare. Ma, intanto i librai si stavano già organizzando, ad esempio con l'on line o con il porta a porta. E poi questa non è una questione di crisi dell'editoria o dell'economia. E' una crisi globale dove la gente rischia letteralmente la vita. E io credo che la vita di un operaio sia importante quanto quella del suo datore di lavoro. Per come la vedo o addirittura un po' di più. E quindi anche la vita di un librario, di un commesso di una libreria è importante quanto quella di un editore o di un ministro".









Però sono previste le misure di sicurezza, non basta?
"Ma siete mai stati in una libreria? Come è possibile mantenere le misure di sicurezza in una libreria, soprattutto in quelle più piccole che sono quelle che hanno maggiore bisogno di aiuto?"

Cosa la colpisce di questo periodo? Cosa ci sta raccontando questa vicenda del coronavirus?
"Va ancora visto bene perché siamo nel mezzo del racconto. Il gran finale ancora non lo ha scritto nessuno. Se vuole però la trama è perfetta. E' un thriller dove fino all'ultimo minuto non si sa chi sia l'assassino, se si salveranno i buoni oppure no. Io ho vissuto una vita anche molto fortunata, perché sono partito anche molto basso in graduatoria. Una vita dove l'idea di tornare indietro non mi è mai passata per la testa. Ho avuto grandi momenti di difficoltà, di fortuna, di speranza,di abbattimento, di sfinimento anche, ma non ho mai pensato che fosse immaginabile tornare indietro. E invece è successo. Io so che adesso sono tornato indietro, Da dove non si può che ricominciare da capo. Come nel gioco dell'oca, quando vai sulla casella che ti riporta al via. Siamo su un crinale d'epoca, vero. E sul crinale non ci può stare all'infinito perché vengono le vertigini perché ci si stanca, perché è stretto".

E allora?
"E allora puoi cadere e finire chissà dove, o puoi scivolare in avanti. Dell'avanti ora non abbiamo una visione perfetta, esaustiva, rassicurante. Molto dipende da come scendi, da chi incontri durante la discesa, dalla forza che hai, dallo stato d'animo con cui ti predisponi all'impresa".

Cosa dobbiamo temere maggiormente?
"La paura è la cosa peggiore credo. Perché se hai paura sei disposto a tutto. Se hai paura di perdere la pelle fai qualsiasi cosa. Questo mi angoscia. Io ho 68 anni quindi sono classificato come 'terza scelta' quindi avrei nel caso mi beccassi la malattia, scarse possibilità di cavarmela. Non ho mai avuto paura in vita mia, però ora vedo che ho questa roba da qualche parte. Il mio lavoro è quello di lasciarla lì. E di pensare. Ci vuole una grande capacità di pensiero. Non leggo di più di quanto facessi prima, ma penso di più, e sarebbe bene che tutti quanti pensassimo di più. Magari parlassimo di meno. A volte forse non è così necessario parlare. Ma pensare invece sì. Soprattutto ora".