L’origine dell’ennesimo disastro: "Quantità di pioggia impressionante. Il vero nodo? Il terreno non tiene più"

Federico Preti, docente all’Università di Firenze: "Ora ricostruiamo, poi occorrerà più manutenzione. Il rischio idrogeoedilizio ci dice quanto sia elevata la possibilità che si verifichino questo tipo di eventi". .

L’origine dell’ennesimo disastro: "Quantità di pioggia impressionante. Il vero nodo? Il terreno non tiene più"

L’origine dell’ennesimo disastro: "Quantità di pioggia impressionante. Il vero nodo? Il terreno non tiene più"

"Oggi ci rimbocchiamo le maniche per emergenza e ricostruzione, da domani dobbiamo riprendere la manutenzione e prevenzione del territorio, per rendere la Toscana più sicura. Ed è possibile, se si cura".

Un avvertimento che il professor Federico Preti, docente di idraulica agraria e sistemazione idraulico-forestali e ingeneria naturalistica dell’Università di Firenze, ripete a ogni alluvione, da quella di Grassina nel 2022, a questa nella Piana.

Professor Preti, si poteva evitare l’ennesimo disastro?

"Le piogge d’inizio novembre sono state impressionanti: quasi 200 millimetri in meno di 4 ore, rapidi aumenti dei livelli idrometrici anche di 4-5 metri nei corsi d’acqua in zone fortemente, esageratamente urbanizzate..."

Quindi tutta colpa del cambiamento climatico?

"Forse si tratta della fatidica goccia che fa traboccare un vaso ormai troppo fragile e pieno.

E’ vero che passiamo da siccità ad alluvioni, ma ormai più che rischi idrogeologico si deve dire rischio“idrogeoedilizio”".

Che significa?

"E’ la pericolosità che ci dice quanto sia elevata la possibilità che si verifichi un tale tipo di evento, ovvero quanti anni possono passare tra uno e un altro di pari o maggiore intensità. Nel caso della Piana si è parlato di tempo di ritorno di 50-100 anni.

Ma dipende anche dalla vulnerabilità di una zona. Oggi siamo in una situazione in cui a monte c’è un territorio che non “tiene” l’acqua, che arriva in gran quantità e troppo rapidamente a valle, dove ora ci sono più abitazioni e infrastrutture di prima".

Cos’è il forte odore misto al fango che persiste sulle zone alluvionate?

"Tutto quello che l’acqua ha portato con sé, mescolando reflui, fognature, forse contenitori di carburante, speriamo sostanze non tossiche. Se questa massa entra nelle cantine e nelle case non ha ossigenazione e l’odore si sente ancora di più".

Tutta questa alluvione, eppure gli argini hanno retto.

"Sì, nel senso che l’acqua ha esondato, non sono franati gli argini che forse con la piena si sono danneggiati poi. E per fortuna le casse di espansione hanno funzionato".

Ma allora cos’altro fare?

"Sono passati 57 anni dall’alluvione di Firenze e, negli ultimi 60-70 anni, abbiamo perso il presidio e la manutenzione del territorio, ora più fragile e vulnerabile e da lì dobbiamo ripartire".

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