MARCO
Cronaca

La mia lotta personale (e inutile) contro la Compagnia dell’Acqua

Non credevo fosse possibile durare tanta fatica per ricevere una somma di denaro sottratta per errore

Vichi

Sicuramente le sette fatiche di Ercole sarebbero state meno impegnative. Erano mesi che combattevo contro la Compagnia dell’Acqua. Una bolletta sbagliata, un numero trascritto male, e mi era caduta addosso una bolletta sbalorditiva. Avevo provato a telefonare senza successo, avevo cominciato a scrivere raccomandate su raccomandate (una cosa che odio), e ogni tanto ricevevo lettere dalla Compagnia difficili da decifrare, parole che non capivo, costruzione di frasi partorite nel castello di Kafka. Pagine e pagine senza senso, arzigogoli disseminati di termini tecnici che non avevo mai sentito pronunciare… Se avessi letto quelle lettere fino in fondo avrei dormito male, o forse per niente. Rispondevo ogni volta con lettere brevi, frasi semplicissime, chiare più che mai… Il senso era: "Quando smetterete di chiedermi dei soldi che non devo darvi?" La minaccia della chiusura del contatore mi aveva costretto a pagare quell’enormità, e a quel punto la lotta si era trasformata in una richiesta di rimborso. Andai al palazzo della Compagnia dell’Acqua, sperando che parlare con un umano potesse risolvere la questione. Inutile dire che mi sbagliavo. Dopo una coda infinita e il solito scarica barile tra un ufficio e l’altro (ovviamente anche mandato dall’ufficio A all’ufficio B e viceversa, un classico tra i misteri della fede), parlai con un giovanotto calmo e sereno, che mi disse (non potevo crederci) di non essere in grado di mettere a posto le cose per via di un errore tecnico. Chiesi spiegazioni meno vaghe. Lui mi svelò l’esistenza di un errore tra i codici della mia utenza che impediva di fare non so quali "movimenti". Be’, dissi, correggiamolo, questo maledetto errore. Eh no, disse, sorridendo con compassione, come se gli avessi chiesto di darmi le chiavi della cassaforte. Questa correzione non si poteva fare dal suo computer, era di competenza dell’Ufficio Amministrativo. Va bene, dissi, vada a parlarci. Altro sorriso (meno male che non avevo in mano una scure), poi mi disse che gli Uffici Amministrativi non erano aperti al pubblico. Avrebbe fatto una segnalazione, e magari tra un mesetto… Tirai un pugno sul vetro, come sarebbe un mesetto? Speravo che si arrabbiasse, che ci si potesse azzuffare, una bella colluttazione liberatoria… Ma no, lui rimase calmissimo, guardò l’ora, disse che era scoccata l’ora della pausa pranzo e se ne andò con passo vellutato. Me ne andai consapevole di aver perduto la battaglia, ma la guerra non era ancora finita.

Cominciai a meditare di dare fuoco alla sede della Compagnia dell’Acqua, o di farla saltare in aria. Immaginavo la scena e ridacchiavo da solo, e cominciai a preoccuparmi della mia salute mentale. A un certo punto, chissà per quale miracolo, le lettere della Compagnia cambiarono tono. Mi davano ragione, avevano commesso un errore. Dio sia lodato, pensai. Aspettai il rimborso di quella somma che avevo pagato ingiustamente, ma non arrivava nulla. Con nuove e lapidarie raccomandate chiesi una spiegazione, e mi risposero che quella somma non dovuta sarebbe stata scalata dalle successive bollette. No no no, la cosa non mi tornava, avevo speso dei soldi per un loro errore e li volevo indietro immediatamente. Continuai a scrivere raccomandate, a volte una sola riga… "Rivoglio subito il denaro che vi ho dato per un vostro sbaglio", e come al solito mi arrivavano lettere scritte in una lingua angosciante. In un momento di sconforto andai addirittura a vedere su Internet se esisteva un dio che proteggeva gli utenti dell’Acqua. Quei manigoldi avevano dalla loro parte Yam, Rodon, Poseidone, Nettuno e tanti altri… Io ero solo e non potevo nemmeno invocare un santerello o un dio minore di qualche religione antica. Passavano i mesi, le lettere della Compagnia erano sempre meno frequenti, il mio sconforto era sempre più grande. Perlomeno mi arrivavano bollette "a zero" (nulla è dovuto, c’era scritto: finalmente una frase comprensibile). Fino a che un giorno mi arrivò l’ennesima lettera, e il suo aspetto esteriore era diverso. Il postino ammiccò… "Questi sono soldi, riconosco la busta" disse, con uno sguardo da persona generosa, come se fosse lui a darmi i soldi. Presi la lettera e andai a sedermi sul divano. Finalmente, pensavo. Aprii la busta, mi trovai in mano un assegno circolare, e non potei fare a meno di scoppiare a ridere: 1.10 euro, un assegno circolare di un euro e dieci centesimi. Costava più la carta su sui era stampato… Non lessi nemmeno la lettera di accompagnamento. La gettai nel fuoco insieme all’assegno, poi mi misi a leggere un bel romanzo davanti al caminetto.

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