Editoriale

Vangi, l’ultimo dei classici

La scultura di Vangi ci prospetta la condizione umana come solitudine, ansia, muta domanda senza risposta" ebbe a scrivere l’indimenticabile Franco Russoli, allora direttore di Brera. Nei numerosi incontri che hanno caratterizzato la mia amicizia con Vangi ce ne sono alcuni che hanno marcato anche il suo percorso artistico. Mi riferisco alla sistemazione presbiteriale del Duomo di Pisa (Altare e Ambone), alla sua grande antologica al Forte di Belvedere (1995) e al concorso per l’Ambone di Santa Maria del Fiore. Ma il nome di Giuliano divenne familiare nella mia sfera familiare da quando conobbi quella ragazza che sarebbe presto diventata mia moglie. Gianna infatti, era nata e abitava in piazza di Porta Romana, aveva una sorella, Maria, che ha fatto coincidere l’intera sua vita con l’Istituto d’Arte nelle Scuderie granducali. E per Vangi, appena avanti a lei negli studi, c’è sempre stata una particolare debolezza.

Veniva dal Mugello, come la dinastia medicea; più precisamente da Barberino, dov’era nato nel 1931. Alla scuola di Porta Romana frequentò professori e compagni come Pietro Parigi, Bruno Innocenti, Marcello Guasti. Dopo una permanenza in Brasile (San Paolo) torna in Italia, vince una cattedra di insegnamento a Pesaro dove si trasferisce. Da questo momento la sua vita si muove fra Pesaro, Pietrasanta (dove avrà il suo laboratorio per le grandi sculture) e il mondo intero. Arrivano i prestigiosi incarichi. Arriva l’attenzione del Giappone che gli organizzerà mostre e un museo personale nei pressi del Monte Ashitaka, “The Vangi Sculpture Garden Museum” (2002). A Pisa, dove fu violentemente e volgarmente attaccato per “aver rovinato la Cattedrale”, lo difesi pubblicamente e formalmente, scrivendone anche su La Nazione; e oggi guai a mettere in discussione quella realizzazione. Con Vangi se n’è andato l’ultimo grande scultore classico.

è arrivata su WhatsApp

Per ricevere le notizie selezionate dalla redazione in modo semplice e sicuro