BARBARA BERTI
Cronaca

Dalle Cure a Distretto di polizia: "Recitare è un servizio pubblico. Firenze? Gli affitti sono immorali"

L’attrice diventata nota al grande pubblico grazie al ruolo di Vittoria Guerra si racconta "La tv non mi manca, il cinema sì". La stoccata alla città: "Un turistificio insopportabile".

L’attrice diventata nota al grande pubblico grazie al ruolo di Vittoria Guerra si racconta "La tv non mi manca, il cinema sì". La stoccata alla città: "Un turistificio insopportabile".

L’attrice diventata nota al grande pubblico grazie al ruolo di Vittoria Guerra si racconta "La tv non mi manca, il cinema sì". La stoccata alla città: "Un turistificio insopportabile".

"Ho sempre vissuto il mio mestiere come un servizio pubblico. Forse è anche per questo che durante la pandemia non mi sono chiusa in casa a leggere poesie per conto mio, bensì ho pensato che dovessi essere di aiuto gli altri. Ho voluto accettare la fragilità del momento, facendo gruppo con altre persone". Parola di Daniela Morozzi, l’attrice fiorentina diventata famosa al grande pubblico grazie al personaggio di Vittoria Guerra nella fortunata fiction ’Distretto di polizia’. Ma Morozzi ha cominciato a muovere i primi passi in teatro dove ancora oggi continua a dare il meglio di sé.

Non le manca la tv? "La verità? No, il cinema sì. Sarà perché sul piccolo schermo non vedo niente di interessante, però mai dire mai. E, infatti, sto scrivendo una sceneggiatura che proporrò per una eventuale serie tv. Vedremo... di progetti in ponte ce ne sono tanti: nuove produzioni teatrali, tour di spettacoli già rodati e nei prossimi mesi organizzerò anche dei laboratori di formazione teatrale".

Il teatro è il suo habitat naturale. Ma quando ha deciso che avrebbe fatto l’attrice? "L’ho sempre saputo, fin da quando ero una bambina. Non c’è stato un momento particolare in cui ho sentito una vocazione, ho sempre voluto fare questo mestiere".

Non aveva un piano B? "La politica declinata nell’impegno sociale è l’altra mia grande passione. D’altronde sono figlia di operai comunisti. Da ragazzina, per un periodo, ho pensato seriamente di andare in Palestina con i movimenti studenteschi. Poi ho capito che anche da qui potevo dare il mio contributo. Con dolcezza, che è per me la modalità con cui bisogna andare incontro al mondo. A questa associo il rispetto, inteso come apertura, come disponibilità ad ascoltare l’altro".

La prima volta che è salita su un palco quanti anni aveva? "Frequentavo le superiori. Ero a capo del consiglio d’istituto e decisi di organizzare laboratori artistici, di fotografia, di teatro e altro grazie alla collaborazione di insegnanti illuminati. Da lì non ho più smesso: sono seguiti la ’Lega Italiana Improvvisazione Teatrale’, la scuola ’Laboratorio Nove’, quindi il cinema con Paolo Virzì, poi le fiction".

Che scuole ha frequentato? "L’istituto tecnico per il turismo, quello che oggi è il Marco Polo. In verità volevo fare il linguistico ma i miei genitori mi dissero di scegliere una scuola pubblica – la privata non potevamo permettercela – e, così, optai per quell’istituto perché si imparavano le lingue".

Fuori dal palco, che donna è Daniela? "Una donna che va a fare la spesa, si prende cura della casa e del figlio che ha 17 anni. Sono una mamma parecchio presente, lui dice anche troppo. Mi piace viaggiare, leggere e stare con gli amici, che poi sono le stesse persone con cui spesso divido il palco".

E poi c’è il suo grande impegno civile e sociale... "Sì, un impegno che non riesco a scindere dalla vita professionale. Chiara Ferragni a Sanremo si presentò con la stola con la scritta ’Pensati libera’. Ecco, io mi penso – e vivo – collettiva".

E si impegna anche per la sua Firenze... "Sì, sono socia fondatrice e presidente dell’Associazione 11 agosto, una realtà che prova a cambiare lo stato delle cose, che mette in dialogo le persone per tentare di ricostruire Firenze e farla assomigliare al progetto dell’articolo 3 della nostra amata Costituzione: una città che sappia rimuovere gli ostacoli che impediscono a tutte e a tutti di partecipare".

Giudizio critico, dunque, sulla città... "Oggi Firenze è una città difficilissima da vivere, è diventata un turistificio insopportabile e i fiorentini scappano, soprattutto chi vive in centro cerca casa altrove. E questo processo non viene fermato perché si continuano a portare avanti azioni di cui ne beneficiano solo i turisti".

Non è troppo dura? "È la realtà. Poi ci sono anche zone dove si continua a vivere bene. Per esempio le Cure, dove risiedo, è abbastanza resistente. Si respira ancora l’odore del quartiere: il profumo della panetteria, della gelateria e della libreria. Da qualche tempo, poi, c’è un nuovo spazio, ’The Square’, nato dall’incontro di diverse realtà che operano da anni nel mondo della cultura, dello spettacolo e dell’economia creativa e che hanno deciso di dare vita a un progetto di rigenerazione urbana. Un esempio da replicare. Ma anche qui ci sono negozi che chiudono e gli affitti sono immorali, tutto il mercato delle case di Firenze è immorale".

Dal punto di vista culturale, Firenze come è messa? "Manca un progetto politico culturale unitario, i beni culturali sono stati svenduti e le tante realtà che ci sono non vengono valorizzate, sopravvivono perché hanno grandi sacche di resilienza ma non trovano nelle istituzioni le giuste risposte".