Cristina Giachi * In questi giorni è tutto un gran parlare di apprendimento, didattica, aule. E la scuola occupa il posto che le compete nel dibattito pubblico, e nelle nostre preoccupazioni. È perché siamo reduci dalla sberla delle prove Invalsi, che hanno certificato il fallimento del nostro modello di scuola pandemica e non solo: la dad non ha funzionato. È successo perché non eravamo abituati. Vero. Perché...

Cristina

Giachi *

In questi giorni è tutto un gran parlare di apprendimento, didattica, aule. E la scuola occupa il posto che le compete nel dibattito pubblico, e nelle nostre preoccupazioni. È perché siamo reduci dalla sberla delle prove Invalsi, che hanno certificato il fallimento del nostro modello di scuola pandemica e non solo: la dad non ha funzionato. È successo perché non eravamo abituati. Vero. Perché manca la connessione veloce in molte case. Anche questo è vero. Ma c’è di più. Arrivati a questo punto, con la scuola che dovrà ricominciare ancora in un clima di incertezza, sono molti i timori che ci attraversano. E siamo tentati di pensare che, per quanto riguarda la scuola, il nostro problema più grande sia il virus. Così ci affanneremo, ci preoccuperemo e torneremo presto a non parlare di scuola, discettando solo di virus e distanze. Indulgere in questa convinzione significa, per la scuola, perdere un’occasione e mancare un appuntamento possibile con il futuro. La pandemia e la scuola dell’emergenza hanno svelato un dispositivo con molte qualità e alcuni macroscopici difetti che non possiamo non vedere. La nostra didattica ha mostrato la corda, la nostra idea dello spazio scolastico ha mostrato la corda. Da un lato si continuano a fare classi di 27 alunni, impermeabili a ciò che il Covid dovrebbe averci insegnato. Abbiamo fatto errori: comprato banchi inutili anziché attrezzare le aule per il ricambio dell’aria. Ma ciò che più colpisce è che abbiamo piegato il bisogno di educare e di insegnare al tiranno della valutazione inoppugnabile: la preoccupazione è stata quella di dare, in dad, un voto certo. Ma quel numero può essere lo strumento di una crescita formativa, oppure no. Se la media matematica diventa il baluardo di difesa di una valutazione incerta che non se la sente più di prendersi delle responsabilità, di certo non lo sarà. Mi appello al ministro Bianchi perché colga l’occasione di promuovere una riflessione. È la didattica che deve cambiare. La sfida che la dad ci propone non è nella distanza, ma nella prima d, quella di didattica.

* Consigliera regionale