Barbara Squillace
Barbara Squillace

Empoli, 24 marzo 2019 - «Chi ha sbagliato deve pagare, dovrebbe finire in carcere. Non è previsto? Bene, allora chiediamo che chi sarà riconosciuto responsabile della morte di Barbara non tocchi più un paziente». Grazia Peragnoli e Debora Squillace sono madre e figlia. A unirle il legame di sangue e un dolore che non vuol saperne di tacere. Quello per la morte di Barbara Squillace, figlia e sorella amatissima, scomparsa nella notte tra il 18 e il 19 luglio, a 42 anni mentre era ricoverata nel reparto di ostetricia e ginecologia dell’ospedale di Empoli. La donna, residente a Vinci, era alla quarta settimana di gravidanza. Il 10 luglio si era recata al San Giuseppe con dolori, nausea e vomito. I medici l’avevano rimandano a casa. Tre giorni dopo, venne ricoverata: per i dottori era alle prese con l’iperemesi gravidica. Il 19 luglio sopraggiunse la morte per un’occlusione intestinale. La procura aprì un fascicolo culminato poco più di un mese fa con l’avviso di fine indagini per omicidio colposo notificato a tre dottoresse.

L’udienza preliminare è fissata per il 21 maggio. La madre, la sorella e il marito di Barbara, Marco Pistolesi, come spiegato dagli avvocati Andrea Lolli, Filippo Vannini e Serena Masi, «si costituiranno parte civile, chiedendo condanna e risarcimento del danno». Anche se la famiglia sottolinea con forza «non vogliamo denaro, nessuna cifra ci restituirà il sorriso di Barbara. Vogliamo giustizia perché non si può andare in ospedale con fiducia e uscirne in una bara». Mamma Grazia osserva la foto della figlia che non c’è più. «Anche in casa ci sono le sue immagini ovunque, quelle del matrimonio, belle grandi – racconta –. Era buona, voleva bene a tutti. Da un anno, con il marito, viveva da me. Tutto è rimasto com’era prima della tragedia». Una morte difficile da accettare. «Come può il personale di un ospedale – chiedono mamma e figlia – non rendersi conto di un’occlusione intestinale? Barbara poteva essere ancora qui e, con lei, il suo bambino».

La gravidanza era un sogno realizzato. «Da quasi tre anni cercava di avere un bambino – ricorda Debora –. Loro hanno rovinato tutto». Gli occhi si fanno lucidi, la voce si spezza. La mente torna ai giorni del ricovero, con «i medici che arrivavano solo se li chiamavi», con «i continui episodi di vomito che non le davano tregua» e Barbara «spossata tanto da non riuscire ad alzarsi da letto: in sei giorni, è sparita». Rabbia e dolore si mescolano a quell’assenza insopportabile. «Si tira a campare – ammette mamma Grazia –. Faccio quello che devo, bado alla mia nipotina. Si va avanti così, con il tempo che non passa e Barbara ancora in attesa di essere cremata». Di buono, concordano le due donne, «c’è stata e c’è l’attenzione della procura e del pm nei confronti di questo caso». E non hanno dubbi: «Saremo in aula per guardare negli occhi quei medici».